Calendario romano: Lc 23,35-43
L'anno liturgico si completa con una festa in onore di Cristo Re dell'Universo. I re di questo mondo, anche se sono nati nella terra che governano, molto spesso nemmeno la conoscono, si affidano alle autorità locali o impongono usanze, fedi, costumi che sono estranei al loro regno. Quando Israele volle un re come era per gli altri popoli, Samuele il profeta mise in guardia i suoi concittadini su quanto sarebbe accaduto, cioè che il sovrano avrebbe preso averi, figli, proprietà e qualsiasi cosa avesse deciso utile al suo governo o alla sua brama di potere. Gesù è diverso, perché il mondo che è chiamato a governare, è intessuto della sua presenza, infatti è stato creato per lui, per mezzo di lui, in vista di lui, come dice san Paolo nella seconda lettura. Gli abitanti del mondo, che lo sappiano o no, sono fatti a sua immagine, hanno nel cuore il suo sigillo, se lo accolgono sono da lui rigenerati e rinnovati nella speranza e nell'amore. Non è tutto: i re di questo mondo raramente si mischiano al popolo, ricevono i suoi omaggi o, come nelle fiabe, ogni tanto giocano a confondersi con i sudditi; ma se devono esercitare il potere, sono spesso spietati e senza scrupoli. Il Vangelo di questa domenica ci mostra un re ben diverso, così innamorato del suo popolo e di ognuno di coloro che chiama a diventare suoi fratelli, re come lui, al punto da lasciarsi inchiodare sulla croce, inerme, con le braccia spalancate. Eppure, fa notare don Volonté, proprio da questa croce esercita il suo potere, un dominio d'amore, che attrae chiunque lo riconosca come il vero re, perché è l'unico che il nostro cuore conosce fino in fondo, dato che è lui che lo ha fatto così. I re di questo mondo, quando sono minacciati, fuggono all'estero. Il re dell'universo non si nasconde, non ci lascia soli, paga il prezzo più alto al nostro posto, si lascia ingoiare dalla morte, così da distruggerla dall'interno, perché è vita straripante di vita.
Dante Balbo, dalla rubrica televisiva Il Respiro spirituale di Caritas Ticino in onda su TeleTicino e online su YouTube
Calendario ambrosiano: Lc 3,1-18
L’esordio dell’Evangelo di questa domenica è solenne: convoca i grandi della terra involontari testimoni di un evento che ignorato o quasi dalle cronache ufficiali ha certamente mutato il corso della storia umana. Anzitutto Tiberio Cesare l’imperatore: il suo governo precede e accompagna gli anni di Gesù dal 14 prima di Cristo al 37 dopo Cristo. E poi il suo Governatore, Ponzio Pilato, personaggio a noi ben noto per una sua spiccata attitudine a lavarsi le mani; e ancora una testa coronata, quella di Erode e altri funzionari civili e i capi religiosi come Anna e Caifa responsabili della condanna di Gesù. Ci prepariamo a rivivere eventi accaduti nel tempo, un tempo lontano ma documentato proprio da questi uomini che sono scritti anche nei resoconti ufficiali dell’Impero. E un secondo messaggio: questo evento è preparato dalla voce di Giovanni colui che battezza, detto appunto «il Battista». Se Avvento è cammino incontro al Signore che viene, Giovanni ne è davvero la guida autorevole che svolge questo ruolo con la sua vita austera e con la sua parola infuocata. Non c’è traccia della buona notizia dell’Evangelo nella predicazione di questo ultimo e più grande dei profeti. Come Giovanni Battista allora, così la Chiesa oggi e nella Chiesa ognuno di noi è chiamato semplicemente a indicare Colui che è più grande, più grande del Battista, più grande della Chiesa, più grande di ognuno di noi. Questo è il compito del testimone, non dire di sé ma dell’Altro di cui si è testimoni. Ma proprio perché il testimone non parla di sé, non raccomanda se stesso, può con libertà e coraggio dire di un Altro.
Queste settimane che ci portano verso il Natale cominceranno ad esser assediate da crescenti preoccupazioni per organizzare le feste e le vacanze. Sarebbe proprio una beffa: affannarsi dietro i preparativi e dimenticarci del festeggiato, di Colui che viene. La strada che Giovanni Battista apre è per Lui, il Signore. Non scordiamocelo mentre, domenica dopo domenica, andiamo verso il suo Natale.
Don Giuseppe Grampa