In occasione del 20mo anniversario dalla morte del Vescovo Corecco che ricorderemo l'anno prossimo abbiamo chiesto un incontro al nostro Presidente il Card. Angelo Scola. In un pomeriggio di maggio siamo stati in sua compagnia nell'arcivescovado di Milano per una chiacchierata a tutto tondo sulla straordinaria personalità di don Eugenio e la profonda amicizia che li legava. Vi proponiamo la trascrizione, non rivista dall'autore, di quell'intervista.
Lei ha scritto che Mons. Corecco è stato un'incarnazione riuscita della figura di vescovo e pastore emersa dal Concilio Vaticano II e questo soprattutto a proposito degli stati di vita: laici, religiosi... Ci può spiegare questa Sua affermazione?
Card. Scola: Corecco, proprio in forza della sensibilità che ha sempre avuto nei
confronti del popolo di Dio, e massimamente per come viveva la sua vocazione di sacerdote all'inizio nella parrocchia e poi nella realtà studentesca e universitaria, non ha mai separato la sua vocazione intellettuale, pure molto marcata, dalla passione per la persona e per la persona in relazione; se ne è costantemente preso cura -giustamente, come dovrebbe sempre avvenire nella teologia cristiana-. Ha subordinato la teologia alla vita. La sua preoccupazione numero uno era quella di essere sacerdote, in questo senso era pastore; pastore oggi è una parola un po'consumata, ma che cosa vuol dire? Vuol dire prendersi cura - non di propria iniziativa, ma perché Dio ti sceglie-, del destino buono di ogni persona con cui entri in rapporto.
Corecco era dotato per fare questo e non solo per temperamento. Fin da ragazzo aveva percepito la sua vocazione al sacerdozio come un'offerta totale della sua vita.
Quando pertanto si è trovato a fare il vescovo -cosa relativamente inaspettata, anche se la sua figura come potenziale vescovo di Lugano era emergente da tempo-, si è trovato tra le mani un'esperienza già matura, e l'ampiezza di orizzonte mentale, culturale, relazionale che viveva lo ha condotto ad affrontare con grande naturalezza tutti gli aspetti della vita del vescovo secondo questa capacità di risvegliare negli uomini, nelle donne, nei bambini, nei giovani, negli adulti e negli anziani, la domanda di senso, cioè la domanda di Cristo, dell’incontro personale con Cristo. E da questo punto di vista ha interpretato la figura episcopale in un modo veramente straordinario, che ha poi avuto il suggello formidabile dello stile con cui ha vissuto la sua terribile malattia. In questo contesto la sua attenzione -senza schematismi-, ai diversi stati di vita, cioè al matrimonio, alla vita consacrata e al celibato ecclesiastico, al ministero sacerdotale, all'impegno professionale dei laici, gli è giunta molto naturale. In senso più elementare, a partire dall'educazione avuta dalla figura singolare di suo padre, dalla vicinanza della mamma e della sorella e poi dall'enorme quantità di rapporti ticinesi, svizzeri, internazionali che ha saputo impostare -non ha mai fatto questioni di lana caprina se sia più importante fare il prete o lo sposo, se sia più importante la consacrazione religiosa piuttosto che la vita matrimoniale-, ha cercato di far capire che ogni vocazione in quanto risposta è estremamente esigente, perché solo se è risposta ad una chiamata diventa fare spazio all'imponenza di Dio nella vita. E quando Dio nella vita è imponente, la vita diventa bella.
Facciamo un passo indietro temporalmente. Mons. Corecco ha fatto un lavoro di dottorato in America sull'esperienza sinodale della Chiesa statunitense: che significato aveva questo tema nel momento particolare del Concilio, che ha dato una svolta fondamentale alla definizione della natura e della missione della Chiesa?
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