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“Ambrogio la pensava cosìˮ. E Biffi approvò il cambio al Padre Nostro

«Questo è il senso che anche sant'Ambrogio attribuisce a quelle parole del Padre Nostro, per questo sono d'accordo con la nuova traduzione». Parola di Giacomo Biffi. Correva l'anno 2000, racconta a Vatican Insider il cardinale arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, presente alla seduta del Consiglio permanente della Cei durante il quale fu votata la versione della preghiera insegnata da Gesù da inserire nella nuova traduzione della Bibbia in italiano e il cambio da «non ci indurre in tentazione» a «non abbandonarci alla tentazione». In quella occasione - spiega Betori - «la posizione del più insigne teologo del Consiglio permanente, Biffi, coincise con quella del più insigne biblista, l'arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini. È noto che non sempre le posizioni dei due porporati italiani fossero coincidenti. In quel caso concordarono per la versione che non traduce letteralmente ma restituisce il senso profondo di quelle parole che nel verbo italiano “indurreˮ lasciavano pensare a un Dio che quasi ci forza a cadere in tentazione».

L'argomento è tornato d'attualità lo scorso 11 agosto, quando Papa Francesco, incontrando i giovani italiani al Circo Massimo, ha detto: «Nella preghiera del Padre Nostro c’è una richiesta: “Non ci indurre in tentazioneˮ. Questa traduzione italiana recentemente è stata aggiustata alla precisa traduzione del testo originale, perché poteva suonare equivoca. Può Dio Padre “indurci” in tentazione? Può ingannare i suoi figli? Certo che no. E per questo, la vera traduzione è: “Non abbandonarci alla tentazioneˮ». Le sue parole hanno provocato la reazione di chi ha cercato di far passare questa traduzione come una trovata di Papa Bergoglio, fingendo di ignorare che la nuova versione - sulla quale si può essere o meno d'accordo - è il frutto di un lavoro di lunghi anni e che il testo venne approvato, e specificamente votato, dai vescovi italiani riuniti in assemblea generale.

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