Consenso Cookie

Questo sito utilizza servizi di terze parti che richiedono il tuo consenso. Scopri di più

Vai al contenuto
Lun 16 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
Advertisement
  • no_image

    Arriva a Lugano lo spettacolo "Etty Hillesum, cercando un tetto a Dio". Intervista all'attrice Angela Dematté

    Rileggere oggi il «Diario» di Etty Hillesum (1914-1943), giovane scrittrice olandese, ebrea non praticante, vittima dell’Olocausto, morta a 29 anni nel campo di sterminio di Auschwitz, non è solo fare doverosa memoria del passato. Alla USI di Lugano da lunedì scorso al 29 ottobre, è stata allestita nel palazzo rosso una mostra a lei dedicata, mentre il 9 novembre alle 20.30 al teatro Foce andrà in scena lo spettacolo della giornalista di Avvenire Marina Corradi, interpretato da Angela Dematté dal titolo «Etty Hillesum, cercando un tetto a Dio». Lo spettacolo mette in scena quella ricerca interiore che condurrà Etty -nel dramma dell’Olocausto - a incontrare Dio. Il «Diario» (pubblicato in edizione ridotta e integrale da Adelphi, insieme al volume delle «Lettere») ha ispirato il lavoro teatrale scritto da Marina Corradi. Ne parliamo con l’interprete del monologo, l’attrice e autrice Angela Dematté. Laureata in Lettere Moderne a Milano, diplomata all’Accademia dei Filodrammatici, la Dematté ci aiuta a capire il valore oggi di questa vicenda.

    Angela Dematté, qual è l’attualità di questo monologo su Etty Hillesum? Quando si squaderna un cuore umano o un’anima come Etty fa con sé stessa, esce qualcosa di universale. Etty è una giovane donna che compie un’indagine sulla sua interiorità attraverso le persone, i fatti e gli autori che incontra, in particolare Dostoewskij che traduce, Rilke, San Paolo e Sant’ Agostino. Sono autori che Etty scopre attraverso la figura di Julius Spier, uno psicoanalista di cui poi si innamora. Etty resta folgorata nel profondo da questi scrittori. Lei, che si definisce «la ragazza che non sa dove inginocchiarsi », non ha nessuna categoria che la possa avvicinare a questi autori, tuttavia, li assume nel suo profondo viaggio interiore.

    Etty scopre S. Agostino, Dostoewskij, Rilke, S. Paolo attraverso la concretezza dell’amicizia con Spier. Cosa suggerisce questa modalità molto concreta?

    Etty è una donna che non censura nulla e non censura neppure la sua ricerca interiore. Quando rappresento Etty nei licei, sono le ragazze a restarne molto affascinate. Lo spettacolo fa da propulsore per tutti. Aiuta lo spettatore a compiere un’indagine dentro sé stesso, invita a prendersi sul serio, a capire qual è il rapporto di ognuno con il mistero, a capire chi sei: come donna, come corpo, come bisogno di amore e di essere amata. Si parla di pulsioni molto estreme, come la morte, che Etty sente dentro e che non censura. È un viaggio interiore, senza veli.

    Cosa rappresenta nel viaggio interiore di Etty l’incontro con l’inno alla carità di S. Paolo?

    Questo incontro accade dopo una serie di relazioni che non l’accontentano. E come se Etty si facesse attraversare da tutto ciò che vive: dalle letture, dagli incontri che fa, per andare sempre più in profondità. «Adesso capisco come mi hai creata Dio: questa vastità è fatta per essere colmata da te», scrive. Cos’è questa vastità? «Quando ero ragazza – spiega Etty – vedevo un fiore e avrei voluto addirittura mangiarlo». Questa sensualità esagerata, per tutto, che alle volte la sovrastava, è l’amore.

    Etty arriva a Dio nel buio dell’Olocausto, dove, nonostante tutto, riesce a progettare il futuro, anche ad amare, a non provare odio, ma semmai «sdegno morale ». La sua è una ricerca interiore non fine a sé stessa ma aperta ad una progettualità, tanto che afferma di avere il «dovere morale di vivere nel modo migliore, fino all’ultimo, per lasciare un futuro a chi verrà dopo di lei». Che spiritualità è?

    Questa esperienza si coglie bene nello spettacolo che è diviso in tre parti e propone il passaggio dal caos alla trasformazione interiore di Etty. Nella terza parte, quando Etty liberamente decide di seguire la sorte del suo popolo e di andare nel campo nazista di smistamento per ebrei di Westerbork, nelle sue lunghe passeggiate accanto al filo spinato afferma: «Un giorno dovremo costruire un mondo migliore». Ad un certo punto si inginocchia dentro alla baracca e dichiara: «Se Dio non mi aiuterà più, sarò io ad aiutare Dio». E come se Etty trovasse Dio dentro di sé. Forse questo è il punto di approdo della sua lettura di Sant’Agostino. Etty si «converte», anche se nel buio dei campi che la inghiottiranno non sappiamo se chiederà il battesimo. Scrive nel suo diario: «Sono pronta a ogni situazione e nella morte a testimoniare che questa vita è bella ».

    È una provocazione enorme: Etty non sta contemplando il panorama da una vetta di una montagna ma vive l’Olocausto…

    Non solo è impressionante che dica questo, ma anche il cambiamento concreto nelle relazioni che Etty sperimenta rappresenta quasi «un miracolo ». Ad esempio, nei confronti di suo padre e sua madre, verso i quali improvvisamente inizia a provare tenerezza, dopo anni di gelo.

    Cristina Vonzun

    News correlate

    News più lette