Si è conclusa la visita di Francesco in Barhein, con un messaggio pronunciato poco prima di ripartire per Roma, alla fine dell'incontro con i Sacerdoti, i Consacrati, i Seminaristi e gli Operatori Pastorali.
Nella chiesa di Manama, la prima costruita sulle rive del Golfo, erano riuniti i “rappresentanti di una Chiesa migrante” , ha spiegato mons. Paul Hinder, il cappuccino e vescovo svizzero, amministratore apostolico del vicariato, quanti “sono impegnati nella pastorale in questa regione” chiamata del resto “la terra dei sorrisi”.
“È vero – ha confermato Francesco – c’è tanto deserto, ma ci sono anche sorgenti di acqua dolce che scorrono silenziosamente nel sottosuolo, irrigandolo. È una bella immagine di quello che siete voi e soprattutto di ciò che la fede opera nella vita: in superficie emerge la nostra umanità, inaridita da tante fragilità, paure, sfide che deve affrontare, mali personali e sociali di vario genere; ma nel sottofondo dell’anima, proprio dentro, nell’intimo del cuore, scorre calma e silenziosa l’acqua dolce dello Spirito, che irriga i nostri deserti, ridona vigore a quanto rischia di seccare, lava ciò che ci abbruttisce, disseta la nostra sete di felicità. E sempre rinnova la vita. È di questa acqua viva che parla Gesù, è questa la sorgente di vita nuova che ci promette: il dono dello Spirito Santo, la presenza tenera, amorevole e rigenerante di Dio in noi”.
“Non siamo cristiani – ha ricordato Francesco nella chiesa del Sacro Cuore -per nostro merito o solo perché aderiamo ad un credo, ma perché nel Battesimo ci è stata donata l’acqua viva dello Spirito, che ci rende figli amati di Dio e fratelli tra di noi, facendoci creature nuove. Tutto sgorga dalla grazia, – tutto è grazia! –, tutto viene dallo Spirito Santo”.
A per il Papa, “è essenziale che nelle comunità cristiane la gioia non venga meno e sia condivisa; che non ci limitiamo a ripetere gesti per abitudine, senza entusiasmo, senza creatività. Altrimenti perderemo la fede e diventeremo una comunità noiosa, e questo è brutto! È importante che, oltre alla Liturgia, in particolare alla celebrazione della Messa, fonte e culmine della vita cristiana, facciamo circolare la gioia del Vangelo anche in un’azione pastorale vivace, specialmente per i giovani, per le famiglie e per le vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa. La gioia cristiana non si può tenere per sé, e quando la mettiamo in circolo, si moltiplica”.
“La profezia – ha poi concludo il Papa – ci rende capaci di praticare le beatitudini evangeliche nelle situazioni di ogni giorno, cioè di edificare con ferma mitezza quel Regno di Dio nel quale l’amore, la giustizia e la pace si oppongono a ogni forma di egoismo, di violenza e di degrado”.
L'appello per Etiopia e Ucraina
Poi, alla preghiera dell'Angelus il Papa ha rivolto un appello per Etiopia e Ucraina: “Cari fratelli e sorelle, in questi mesi stiamo pregando tanto per la pace. In tale contesto, costituisce una speranza l’accordo che è stato firmato e che riguarda la situazione in Etiopia. Incoraggio tutti a sostenere questo impegno per una pace duratura, affinché, con l’aiuto di Dio, si continuino a percorrere le vie del dialogo e il popolo ritrovi presto una vita serena e dignitosa. E inoltre non voglio dimenticare di pregare e di dire a voi di pregare per la martoriata Ucraina, perché quella guerra finisca.”
“Con animo colmo di riconoscenza -ha ringraziato infine – benedico tutti voi, specialmente quanti hanno lavorato per questo viaggio. E, visto che queste sono le ultime parole pubbliche che rivolgo, permettetemi di ringraziare Sua Maestà il Re e le Autorità di questo Paese – anche il ministro della Giustizia, presente qui – per la squisita ospitalità”.
Sabato 5 novembre: l'incontro con i giovani

Al centro del discorso del Pontefice con le nuove generazioni in Bahrein (presenti ragazzi cristiani ma anche musulmani) c'è stato l'anelito alla fraternità. Riprendendo la metafora sportiva di Abdulla, invita a essere 'campioni' in questo senso, "campioni fuori campo", dice, a gareggiare nell'amore per dirla con San Paolo. Non bastano, aggiunge, gli strumenti tecnologici, ci vuole il cuore.
I venti di guerra, infatti, non si placano con il progresso tecnico. Constatiamo con tristezza che in molte regioni le tensioni e le minacce aumentano, e a volte divampano nei conflitti. Ma ciò spesso accade perché non si lavora sul cuore, perché si lasciano dilatare le distanze nei riguardi degli altri, e così le differenze etniche, culturali, religiose e di altro genere diventano problemi e paure che isolano anziché opportunità per crescere insieme. E quando sembrano più forti della fraternità che ci lega, si rischia lo scontro.
Il Papa ha esortato i giovani ad essere "il lievito buono di una società fraterna e solidale".
fonte: Farodiroma/red