di Dante Balbo
L'amore a volte è così: l'assenza ci insegna a ritrovare quello che un tempo non capivamo, che nel rinnovarsi della presenza dell'amato si spiega, acquista un senso, orienta il cammino. Questo accade dopo Pasqua a coloro che hanno conosciuto Gesù, hanno mangiato e bevuto con lui, lo hanno ascoltato parlare, raccontare parabole, cercare di spiegare l'impossibile, il mistero del suo dono totale, senza capirlo. È andato via, sconfitto, distrutto, cancellato da una morte infame, senza opporsi, senza manifestare la sua potenza. Eppure comandava ai venti, risanava gli storpi e i ciechi, resuscitava i morti, scacciava i demoni, anche quelli che nessuno riusciva ad esorcizzare, chiudeva la bocca ai capi, moltiplicava il pane per 5’000 persone. Inchiodato alla croce aveva urlato il dolore di un figlio abbandonato, inerme si era lasciato seppellire come tutti gli altri. Poi l'indicibile: era tornato, sfolgorante di passione, sereno di misericordia, aveva portato la pace, rifatto i gesti con i quali si era consegnato pane per tutti e finalmente lo avevano riconosciuto. Quando un amore ritorna, quello che avevamo vissuto insieme si riempie di significato, le parole, gli sguardi, il tocco leggero, le carezze si riempiono di senso, diventano preziosi, li conserviamo gelosamente, perché nulla vada perduto. Torniamo a parlare di noi, di quella volta che hai detto che saresti rimasto con me sempre, che nessuno mi avrebbe strappato dal tuo amore, che nel segno del vino della gioia, del pane della vita ti saresti offerto ogni giorno. Il ritorno alle parole e ai segni di un tempo prepara il futuro, costruisce la comunità, genera passi concreti, come la preghiera incessante, un modo di vivere più che una pratica cultuale, il servizio concreto, addirittura istituito come un dono dello spirito nell'elezione dei sette diaconi. Come in un amore ritrovato, nella Pasqua della presenza viva di Gesù risorto il passato finalmente compreso diventa forma del futuro della Chiesa.
Dalla rubrica televisiva Il Respiro spirituale di Caritas Ticino in onda su TeleTicino e online su Facebook e su YouTube
Calendario amrbosiano: Gv 14, 21-24
di don Giuseppe Grampa
Terminata la lettura e innalzato il libro dell'Evangelo colui che ha letto bacia la pagina. Proprio nel testo di oggi troviamo la ragione di questo gesto. Perché baciare un libro? Perché non si tratta solo di un libro ma, attraverso il libro e le sue parole, di una singolare relazione con la persona stessa di Gesù. Infatti due volte Gesù congiunge l’amore per Lui con l’accoglienza della sua Parola: «Se qualcuno mi ama osserverà la mia parola».
Amore per il Signore Gesù e custodia della sua parola sono un’unica cosa. Ascoltare, custodire, osservare la parola equivale ad amare Gesù.
Del resto altre volte Gesù ha stabilito una chiara identificazione tra la sua persona e le sue parole: «Chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo la salverà; Chi si vergognerà di me e delle mie parole, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui» (Mc 8,35.38).
In queste due affermazioni è stabilita una piena identificazione tra la persona di Gesù e l'evangelo, le sue parole.
Questo legame tra amore e ascolto della parola mi sembra significativo anche per l'esperienza dell'amore umano che si nutre dell'ascolto reciproco. A chi ascolta e realizza la sua parola Gesù promette inoltre di prender casa presso di lui. Ognuno di noi se ascolta e realizza le parole di Gesù diviene abitazione di Dio. Tra le emozioni che la visita a Gerusalemme riserva vi è certamente la sosta presso quanto resta dell'antico Tempio, quel cosiddetto «Muro del pianto».
Ma già i profeti annunciavano che la dimora di Dio non sarebbe stata più un edificio per quanto magnifico, ma la comunità dei credenti: «La mia dimora sarà presso di loro, sarò il loro Dio ed essi il mio popolo» (Ez37,26). E noi sappiamo che questo abitare di Dio in mezzo a noi si realizzerà nel corpo di una donna, Maria di Nazareth. Ma anche i nostri corpi sono il Tempio di Dio, la sua dimora (1Cor6,19).