L'Osservatore Romano
(Lucetta Scaraffia) Per secoli, ma sarebbe più corretto dire per millenni, le donne sono state giudicate dall’uso che facevano, o più spesso che altri facevano, del loro corpo. Dal momento che per gli uomini la sicurezza della paternità poteva essere data solo dalla fedeltà della donna, dal suo mantenere la parola data, ogni comportamento che poteva indurre dei sospetti in tal senso era duramente sanzionato. Non solo veniva condannata la singola infrazione, ma ne derivava una condanna complessiva della donna che l’aveva commessa, e questa diventava da quel momento una donna perduta. Ciò accadeva anche se l’infrazione alle leggi morali non era avvenuta per scelta, ma per violenza. Il cristianesimo, anche su questa prassi abituale, ha fatto la differenza: dal momento che, seguendo le parole di Gesù, ciò che conta è l’intenzione, non si poteva più condannare la donna che aveva subito violenza, ma la si doveva aiutare. E l’aiuto doveva essere esteso anche alle peccatrici, perché il peccato poteva sempre essere perdonato, come ha fatto Gesù nei vangeli. Quindi l’affermarsi del cristianesimo avrebbe dovuto significare la fine della condanna della donna colpevole, e affermare la sua possibilità di accoglienza e di riscatto. Anche se in una situazione di potere patriarcale questa possibilità non è mai stata totale, né gratuita — pensiamo solo al discredito che, ancora qualche decennio fa, gravava anche in ambienti cristiani sulle ragazze madri — nella storia della Chiesa si sono moltiplicate le iniziative per salvare le donne cadute. Monasteri per le convertite — quasi sempre intitolati a Maria Maddalena — e convitti per ragazze madri, per le ex-prostitute che volevano cambiare vita, hanno sempre fatto parte delle comunità cristiane. L’attenzione e la carità con cui Gesù aveva ascoltato e amato le prostitute — o comunque le donne che, come la samaritana, avevano trasgredito per amore — non si potevano mettere da parte neppure in società in cui il cristianesimo tendeva a presentarsi come una morale rigida e indiscutibile. Ancora oggi, che la rivoluzione sessuale ha spazzato via figure come quella della ragazza madre, o della donna colpevole perché sessualmente trasgressiva, rimane un disinteresse generalizzato verso le donne che subiscono violenza nelle zone calde della terra, o che sono costrette alla prostituzione. Sono troppe, sono difficili da sistemare — spesso le stesse famiglie le rifiutano — e se non vogliono abortire hanno anche il problema di generare figli del nemico. In queste situazioni difficili, dolorose, drammatiche, è quasi solo la Chiesa, o meglio le suore missionarie, a prendersi cura di loro e dei loro figli, e a offrire loro una possibilità di riscatto. È una fatica gigantesca, ma che dà buoni frutti e che contribuisce in modo determinante a trasformare in meglio la condizione delle donne nel mondo. (lucetta scaraffia)
L'Osservatore Romano, 1 ottobre 2015.