(a cura Redazione "Il sismografo")
Il sismografo.
In occasione del secondo anniversario del pontificato di Francesco (13 marzo) abbiamo interpellato diversi vaticanisti e studiosi per chiedere loro un’opinione, seppure breve, sulla caratteristica più rilevante e significativa di questi primi 24 mesi della missione pastorale di Jorge Mario Bergoglio.
Paolo Rodari (La Repubblica)
Francesco ha inaugurato un tempo nuovo, il tempo dello Spirito. È lui, lo Spirito, la guida della Chiesa, lo Spirito che tutti vuole raggiungere, in particolar modo i lontani, coloro che a motivo del loro peccato o delle loro condizioni di vita si sentono indegni di entrare nelle chiese, di accostarsi a Gesù, di venire abbracciati dal suo amore.
Ma la Chiesa, come ha detto mesi fa il cardinale Walter Kasper, non è un castello coi ponti levatoi nel quale chi sta dentro decide arbitrariamente chi è degno di entrarvi e chi no; la Chiesa, semmai, è una famiglia nella quale tutti sono ben voluti. In questo senso, è bello quanto scrive sull’Osservatore Romano il priore di Bose Enzo Bianchi: è nella linea dell’apertura al dialogo che Paolo VI delineò nell’Ecclesiam suam e che il concilio fece propria - aprendo brecce, abbattendo muri e bastioni - che, «fin dall’inizio del suo pontificato, Papa Francesco ha fatto risuonare con tono rinnovato e forte la parola misericordia». E ancora: «Le parole rivolte ai parroci di Roma nel marzo dello scorso anno — «[occorre] ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la Chiesa in questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro. Noi stiamo vivendo in tempo di misericordia» — rivelano il cuore e il programma dell’attuale pontificato».
Per vivere la misericordia, per proporre la misericordia come leitmotiv della vita di tutta la Chiesa, occorre non avere paura dello Spirito, fidarsi di lui, avere fede che lui può fare ciò che apparentemente sembra impossibile. Cosa? Vivere, senza fuggire, nel giusto modo quella tensione che sempre va mantenuta aperta fra vita e dottrina, fra prassi e dogma. Lo diceva bene il teologo francese Henri de Lubac (di lui Francesco parla in Evangelii gaudium) quando invitava a vivere il paradosso. La vita è un paradosso. E il paradosso — ad esempio le contraddizioni di chi, credente, si scontra quotidianamente con il proprio limite —, non va eliminato proponendo una morale sterile e fossilizzata o ricordando cosa dice la dottrina della Chiesa in merito, ma va abbracciato ogni volta in modo diverso, caso per caso. Mi sembra che è quello che il vescovo di Roma Francesco sta facendo e proponendo, un Vangelo della misericordia che non ha paura di incarnarsi nei singoli casi affinché nessuno si senta escluso dal fuoco dello Spirito.
Paolo Rodari (La Repubblica)
(a cura AN - LB)