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    Equivoci sul gender

    Imperversano i dibattiti - ma è un eufemismo chiamarli tali - sul gender. Dall'una e dall'altra parte ci si lanciano accuse volte a demonizzare la posizione opposta alla propria. Da una parte si parla di complotto per distruggere la famiglia, dall'altro si denunzia la critica all'omosessualità come omofobia. Di rado si cerca di capire che cosa esattamente voglia dire la cosiddetta teoria del gender.

    Secondo Judith Butler, che l'ha "lanciata", il linguaggio con cui si è sempre parlato di "uomini" e di "donne" ha avuto la pretesa di essere descrittivo di un dato naturale, mentre in realtà era quel tipo di linguaggio che gli studiosi chiamano "performativo" (dall'inglese performarce, "realizzazione", "esecuzione"), la cui caratteristica è di far esistere, "dicendola", una realtà che prima non c'era. Il «sì» degli sposi non è la constatazione di un legame giuridico che già esiste, ma lo fa nascere. E il «sei in arresto», detto dal poliziotto al ladro, crea ciò che asserisce. Sono solo degli esempi. Allo stesso modo, il parlare delle donne come "fragili", "emotive", "volubili", "tenere", etc., e degli uomini come "forti", "violenti", "coraggiosi", etc., ha di fatto "creato", secondo Butler, queste diverse identità. E non si è trattato solo di discorsi, ma di un'educazione sistematica, di una collocazione sociale e di un costume che ha fatto credere "naturali" certi attributi, collegandoli alla diversa struttura corporea come se ne fossero l'inevitabile risvolto.

    Ma, se l'identità maschile e femminile non dipende dalla natura, se il "genere" non è identificabile con il "sesso" (questo sì naturale, perché biologico), bensì è il frutto della cultura, allora non si può più considerare "innaturale" un comportamento dell'individuo che contraddica lo stereotipo costruito nei secoli. E questo da un lato fa saltare i ruoli tradizionalmente riservati agli uomini e alle donne (teorie femministe), dall'altro apre lo spazio a una miriade indefinita di identità e di orientamenti di genere che non sono riconducibili alla dualità uomo/donna (teorie dei movimenti LGBT, acronimo di "Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender"). La società - dicono i sostenitori di questa concezione - deve riconoscere questa nuova prospettiva e cancellare la distinzione tra "normale" e "anormale", ammettendo che tutte le identità e tutti gli orientamenti sono esattamente sullo stesso piano di fronte alla legge.

    Da qui il rifiuto di ogni qualificazione negativa delle persone omosessuali o transessuali, come di una assurda discriminazione, del tutto equiparabile al razzismo. Da qui la rivendicazione del diritto di lesbiche e gay di contrarre legittimamente il matrimonio e di avere dei figli attraverso l'adozione o l'inseminazione artificiale. Da qui, ultimamente, il proliferare di progetti educativi che mirano, in nome della lotta contro la discriminazione, ad abituare i bambini a non considerare la loro corporeità maschile o femminile un fattore decisivo di identificazione di genere, insegnando loro ad assumere senza differenze i diversi possibili ruoli e a dare per scontato che, anche nella famiglia, quelli tradizionali di "padre" di "madre" vengano interpretati da persone dello stesso sesso.

    Che cosa pensare di questa concezione? Sarebbe ingiusto misconoscere - come spesso si fa da parte del mondo cattolico - alcune giuste esigenze che la ispirano. Per troppo tempo le donne sono state prigioniere di un ruolo che riduceva il loro essere persone alla loro corporeità e le identificava come oggetti di piacere o riproduttrici, precludendo loro una gamma di diritti umani e di prospettive esistenziali. Non dimentichiamo che in Italia le donne hanno potuto votare per la prima volta sola nel 1946, meno di cento anni fa!

    E, per quanto riguarda gli omosessuali, a quali incredibili umiliazioni, derisioni, emarginazioni, sono stati sottoposti per secoli, anche in quelle società cristiane dove pure si sarebbe dovuto tenere presente che essi sono persone, immagini di Dio, e come tali hanno diritto a vedere rispettata la loro umana dignità!

    Ma la teoria del gender non è venuta solo a dare un nuovo vigore alla rivendicazione dei diritti delle donne e quelli degli omosessuali. Essa, come si è visto, si propone di dare a questi diritti una base teorica ben precisa, che consiste nel negare il fondamento naturale del genere, facendo di quest'ultimo, quindi, una mera costruzione storica. Si separano così "natura" (irrilevante) e cultura, col risultato che quest'ultima è ridotta a mera convenzione, da cui eventualmente liberarsi.

    In questo modo, però, si dimentica che, negli esseri umani, la natura e la cultura sono inscindibili e che la seconda è indispensabile alla prima per svilupparsi pienamente, ma al tempo stesso ne dipende. Come dimostra il caso dei cosiddetti "baby lupo", bambini smarriti e ritrovati dopo anni nella jungla, incapaci di camminare e di parlare. Perché la postura eretta e il linguaggio verbale sono inscindibilmente frutto della natura (che rende gli esseri umani capaci di entrambe le cose) e della cultura (si "impara" a camminare e a parlare). Rompere questo nesso sarebbe sbagliato in linea teorica e disastroso in linea pratica. Veramente sarebbero più liberi gli esseri umani se, bollando come mere convenzioni culturali queste loro caratteristiche, si decidesse di non educarli più, da piccoli, a camminare e a parlare, lasciando alla loro personale inclinazione se farlo in seguito? L'esperienza dimostra che ci sono cose che non si recuperano. La postura eretta, il linguaggio verbale, l'identità sessuale, sono tra queste.

    E del resto, svalutare la sfera biologica - la "natura" - , riducendola a cultura e quindi subordinandola al gioco delle preferenze soggettive (poco importa qui se determinate da libere scelte o innate), da un lato misconosce la effettiva realtà psico-fisica della persona, dall'altro consegna l'orientamento sessuale a una indeterminatezza problematica sia sotto il profilo etico che sotto quello giuridico. Non dovrebbe allora essere legittimato l'incesto? O addirittura - in questo tempo in cui molti sostengono che anche la netta differenziazione tra le specie costituisce una ingiusta discriminazione ("specismo") - si dovrebbe riconoscere come "matrimonio" quello tra un essere umano e un animale non umano? Ma quali scenari si aprirebbero ammettendo queste cose?

    Si potrà dire che non sono queste le ipotesi oggi in discussione e perfino indignarsi perché le si fa. Ma, se gli orientamenti sessuali non hanno un limite nella "natura", perché il genere è frutto della cultura, come escludere, logicamente, queste conseguenze? I sostenitori del gender, quali che siano le loro richieste attuali, devono alla comunità - non ai cattolici! - una risposta razionalmente giustificata. Perché qui non è in gioco la fede, ma il confine tra umano e non umano. E su questo non ci possono essere equivoci.

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