di Giuliano Guzzo
da sociologo non posso non dissentire da quanti – e sono molti, oramai, anche ai vertici dell’associazionismo cattolico – sono convinti che introducendo il quoziente familiare e con un welfare migliore, rispetto al calo dei matrimoni e della natalità – due problemi l’uno legato all’altro -, parecchio se non tutto, nel panorama odierno, migliorerebbe. Il mio dissenso da questo tipo di considerazioni è motivato da più elementi.
Il primo, molto banalmente, è quello che si può senza esitazione definire un dato di realtà: gli aiuti economici non bastano. Un esempio lampante è quello francese: lì il quoziente familiare esiste già dal remoto 1945 e la natalità sfiora appena il tasso di sostituzione (1,97 figli per donna, nel 2013), risultato senza dubbio migliore di quello italiano ma comunque non certo sufficiente a far parlare di una primavera demografica e probabilmente – ma non si può dire con certezza, dato che non disponiamo di dati sulla fertilità per origine degli abitanti – dovuto al contributo di cittadini stranieri o comunque di origine non strettamente francese. Ad ogni modo il caso della Francia non è isolato.
Si pensi, per esempio, alla Germania, la locomotiva economica d’Europa: il Paese elargisce aiuti sostanziosi alle famiglie, gli stipendi in media sono più alti, hanno una disoccupazione inferiore alla nostra ed altre circostanze favorevoli che però non schiodano i tedeschi da un tasso di fertilità cimiteriale pari, udite udite, ad appena 1,3. Oppure si prenda la brillante Finlandia dove dal 1938 alle donne in attesa di partorire arriva un “pacco neonatale” contenente di tutto (vestitini, copertina, un completino pesante, cuffiette, calzini, un set di lenzuola, uno per l’igiene del bambino completo di spazzolino da denti e forbicine per le unghie, materasso e bavaglino) e che, spesso, è pure la prima culla dei figli.
Eppure, nonostante tutto questo...
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