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Lun 16 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    Fra Michele Ravetta, una missione dietro le sbarre per curare le ferite dello spirito

    Il carcere non soltanto come luogo dove scontare una condanna, ma anche ambito dove recuperare una parte di sé stessi. Ne parliamo grazie alla testimonianza di fra Michele Ravetta, da 12 anni cappellano nelle carceri ticinesi. Da quasi 60 anni a questa parte i frati cappuccini si occupano, in Ticino, della pastorale carceraria. La figura del cappellano carcerario venne istituita lo stesso anno della fondazione del penitenziario «La Stampa», nel 1968. Dal 2010 riveste questo ruolo fra Michele Ravetta.

    Collaborazione Stato - Chiesa

    Il servizio di cappellano mette a tema la collaborazione tra Stato e Chiesa in un ambito delicato. «In questi 12 anni – ci racconta Ravetta – ho visto tre direttori del carcere e posso affermare con infinita gratitudine che con tutti ho lavorato e lavoro in completa sintonia. Pure nel tempo difficile della pandemia si è cercata una strategia per non abbandonare i carcerati, immaginando momenti di incontro in sicurezza. Non posso che essere grato al vescovo e al Dipartimento delle Istituzioni di poter svolgere questo “ministero della tenerezza”, così come lo definì il vescovo emerito, mons. Pier Giacomo Grampa, in quel lontano 1. ottobre 2010 nominandomi cappellano carcerario».

    Nell’immediato futuro Fra Michele sarà chiamato collaborare non solo con Stefano Laffranchini, Direttore delle strutture carcerarie, ma anche con Roberto Simona, già responsabile dell’antenna romanda di Aiuto alla Chiesa che Soffre e scelto, lo scorso maggio, quale nuovo Aggiunto e sostituto Direttore.

    Attenzione integrale

    La doppia formazione di Ravetta, che oltre a essere frate cappuccino è anche docente incaricato in lavoro sociale alla SUPSI, lo ha aiutato ancora di più a coniugare in questo ruolo, con una sensibilità nuova, tre aspetti fondamentali: l’attenzione all’unità della persona, corpo, psiche e anima. «La cura dello spirito è fondamentale, come in un ospedale o nell’Esercito, così nel carcere: dove c’è una persona c’è anche il suo bisogno di spiritualità. Non dobbiamo dimenticare che viene incarcerato “solo” il corpo, mentre lo spirito rimane integralmente libero, a meno che le porte delle nostre prigioni interiori, come la disperazione e lo sconforto, aprano i loro cancelli, fagocitandoci. Se è vero che Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi ( Galati 5,1) nessun carcere fisico potrà mai trattenere lo spirito ».

    Incontro ai bisogni spirituali

    Il sistema giudiziario ticinese prevede tre strutture: «La Farera », per la prima fase della carcerazione, quella preventiva; «La Stampa»per l’esecuzione della pena e «Lo Stampino», per pene da continuare a scontare in regime di semilibertà. L’intervento del cappellano è previsto come accompagnamento in ciascuna di queste fasi: «In modo particolare nella prima parte della carcerazione, quella preventiva, mi sento di affermare che la mia presenza è più che mai necessaria poiché molte emozioni quali l’incertezza, la paura, la vergogna, l’incognito di ciò che dovrà accadere, il tempo che non passa mai, sono momenti che vanno accolti e supportati dalla presenza concreta di un assistente spirituale; sin da quel momento si può creare un terreno fertile per un’autentica conversione del cuore e della vita».

    Il Vangelo in cella

    L’assistenza di Ravetta ai carcerati, concretamente, si svolge attraverso dei momenti prestabiliti. Il cappellano si reca in carcere due volte a settimana: il mercoledì pomeriggio, per le visite personali nelle celle, e la domenica per la celebrazione dell’Eucaristia.

    «È bello poter entrare nelle celle e trascorrere il tempo con uomini e donne che spesso si riconoscono vittime delle loro stesse azioni ma che hanno anche un profondo desiderio di rimettersi in piedi (la cosiddetta resilienza) e ricominciare. L’Eucaristia domenicale, invece, è un momento di vera grazia: annunciare il Vangelo dietro le sbarre è un momento di intensa spiritualità perché ci si rende concretamente conto che Cristo si china su ogni vita, su ogni cuore spezzato e che continua ad amarci oltre alle azioni di ciascuno».

    Condividere tempo e ascolto

    Ogni volta che un carcerato necessita di un colloquio con il cappellano è tenuto a compilare una breve richiesta per iscritto. Non si tratta di una semplice domanda, bensì per Ravetta – che conserva ciascuno di questi foglietti – di una testimonianza unica del vivo bisogno di spiritualità che c’è sempre, ovunque, anche in carcere. «Conservo gelosamente questi foglietti in centinaia di esemplari», ci confida. «Sostanzialmente mi chiedono di avere un po’ di compagnia. Considerato che la Direzione mi permette di stare con i detenuti in totale confidenzialità, il colloquio è anche il momento per la cura dello spirito, dove li ascolto, assisto alle loro lacrime, leggo le lettere di coniugi, figli, genitori. Si parla anche di perdono e peccato. I discorsi che ruotano attorno al peccato sono mutati, come è cambiata la società; ma almeno sopravvive la differenza tra ciò che è buono e ciò che non lo è. Consapevoli che la società, purtroppo, è spesso pronta a giudicare, ma talvolta lenta a perdonare, sperano anche nella vera misericordia: quella che solo Dio può concedere».

    Laura Quadri

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