In queste giorni di cambiamento per la Diocesi di Lugano, ci raggiunge anche la voce dello storico e studioso, nonché direttore della Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, Pietro Montorfani, che sottolinea come la storia possa darci significative chiavi di lettura del momento presente.
«Molti secoli prima che la Diocesi di Lugano nascesse ufficialmente (1971), i vescovi di Como e di Milano erano soliti visitare il nostro territorio fin nelle parti più riposte. L'apoteosi furono, da questo punto di vista, le visite di San Carlo Borromeo (1538-1584) di cui rimangono molte tracce nella devozione popolare e nell’arte figurativa. Tali visite avevano lo scopo di ricompattare il popolo dei fedeli attorno al pastore, ma anche di redigere documenti che sono oggi storicamente molto importanti. Mi piace pensare che lo slancio pastorale mostrato da subito da mons. de Raemy si inserisca consapevolmente in questa tradizione, continuando in qualche modo, idealmente, il progetto intrapreso tre anni fa da mons. Lazzeri, ma che poi si era dovuto interrompere a causa del covid».
«Devo ammettere – prosegue Montorfani – che la conferenza stampa di lunedì mattina, con al centro la confessione commossa e sincera del vescovo Lazzeri, mi ha molto colpito e non poteva non richiamare alla mente altri momenti condivisi con i fedeli, come la rinuncia di Benedetto XVI o le malattie non nascoste, bensì partecipate e vissute pienamente, di Eugenio Corecco e di Giovanni Paolo II. Nella tradizione cristiana mostrare la propria fragilità non equivale ad ammettere una sconfitta, anzi, è un gesto potentissimo di memoria della propria condizione terrena, condivisa anche da quel Dio che si sacrifica per tutti, proprio perché capisce le sofferenze di tutti e tutte le accoglie in sé, consapevolmente».