Calendario Romano XVII Domenica del Tempo Ordinario
Senza di te il mio cuore è inquieto
di Dante Balbo*
Gli psicologi riconoscono che in questo scorcio di terzo millennio il disagio non è semplicemente una manifestazione di qualche disfunzione psichica, ma una inquietudine esistenziale, una insoddisfazione di vivere, il segno di una mancanza che supera le ordinarie preoccupazioni della vita. A questa difficoltà non può rispondere il trattamento psicoterapico, a meno che il professionista non acceda alla propria anima e si faccia curante, capace di intercettare il bisogno profondo della persona.
Prima o poi emergerà l’insoddisfazione profonda, che le promesse di felicità del mondo non possono esaudire. È il senso di incompiutezza, la ricerca di qualcosa che non sia temporaneo, il bisogno di un senso che vada oltre il quotidiano, le mete anche importanti, ma che, una volta raggiunte, lasciano ugualmente un vuoto. A questo la Scrittura e in particolare la seconda lettura della Diciassettesima domenica del Tempo Ordinario risponde ricordandoci che siamo fatti a immagine di Dio, in particolare sul modello di Gesù, il figlio, al quale siamo conformati.
Le parabole del Vangelo confermano questa relazione privilegiata. Il Regno di Dio infatti viene paragonato ad un tesoro nascosto, ad una perla preziosa, ad una rete piena di pesci, che alla fine saranno separati: i buoni da mangiare tenuti e gli altri rigettati in mare. Il tesoro è Gesù e il suo incontro con il nostro cuore, così come è ancora lui la perla preziosa, che ci fa vendere tutto per averla.
Ancora è Gesù la misura per il sapere/sapore dei pesci buoni, che stanno nella rete del rapporto con lui, l’unico capace di placare la nostra inquietudine. Infine è il Messia che insegna alla vita dei suoi discepoli la sapienza che riesce a valorizzare qualsiasi evento, antico o nuovo, per trarne occasione di gioia. Per questo ha ragione sant’Agostino quando dice che il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio, perché a Lui è destinato nella sua stessa struttura e solo in Lui trova pace.
*Dalla rubrica televisiva Respiro Spirituale di Caritas Ticino
Calendario Ambrosiano IX Domenica dopo Pentecoste
Dio offre a tutti la possibilità di fare ritorno
di don Giuseppe Grampa
Anche in questa domenica prima e terza lettura si richiamano a vicenda: due situazioni dominate dall’esperienza del peccato. Se venisse rivolta a noi la domanda di Gesù agli Scribi: «È più facile liberare un uomo dai suoi peccati o guarirlo dalla paralisi?» credo che senza esitazione saremmo per la prima soluzione. Facile perdonare i peccati….non è invece alla nostra portata restituire ad un paralitico la guarigione. L’evangelo di questa domenica è invece un invito a scrutare la serietà e la profondità devastante del peccato. Operazione ardua per noi che abbiamo una nozione sempre più labile del peccato. Possiamo dire che il senso del peccato si è fatto incerto. Il declino della pratica del sacramento della confessione ha certamente una sua ragione proprio nella difficoltà di riconoscere al peccato una sua serietà. Charles de Foucauld pregava così: «Grazie, mio Dio, per averci dato questa divina preghiera del Miserere. Questo Miserere che è la nostra preghiera quotidiana…Esso parte dalla considerazione di noi stessi, e della vista dei nostri peccati e sale fino alla contemplazione di Dio». L’esperienza del peccato è possibile solo in un uomo libero, responsabile di sè. L’esame di coscienza è uno dei gesti più alti della vita perchè ci fa toccare con mano la nostra libertà. L’uomo peccatore è un uomo libero, non è rigidamente determinato dall’ambiente, dalle abitudini, dai conformismi. Poter dire «mea culpa» vuol dire poter riconoscere la propria libertà. Il peccato ci rivela un volto di Dio «alleato», «amante», interessato a noi. Solo chi ha scoperto il volto di Dio carico di amore e si sottrae a questo amore può essere detto «peccatore». Prima di confessare i nostri peccati dobbiamo sempre confessare, cioè riconoscere, quanto Dio ci ama. È solo sullo sfondo di questo amore che si riconosce il nostro peccato. Ma il peccato non è l’ultima parola. San Paolo dice: «Dove abbondò il peccato, lì sovrabbondò la grazia» (Rom 5,20). Possiamo dire che Dio offre a tutti, sempre, la possibilità di fare ritorno…