di Paolo Beccegato
Italia Caritas - marzo 2015
Il 2015 è un anno pieno di ricorrenze, tra cui il 100° anniversario dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, il 70° della fine della seconda. Su un altro fronte, solo apparentemente scollegato dalle dinamiche dei conflitti armati, a settembre l’assemblea dell’Onu sarà chiamata a ridefinire gli obiettivi di lotta alla fame e alla povertà a livello globale: un’occasione unica, in realtà, per riflettere sulle correlazioni tra costruzione della pace e sviluppo di una società più giusta e un ordine economico più equilibrato, raggiungibile solo regolando i meccanismi della finanza e le sue ingovernate speculazioni.
L’assetto economico internazionale, ordine o disordine che sia, è sempre stato decisivo nel contribuire a determinare il grado di conflittualità delle relazioni internazionali, sia per via dei conflitti intorno all’accaparramento di risorse strategiche (petrolio, acqua, terra), sia per le acute tensioni che a volte si generano nelle relazioni fra creditori e debitori. Proprio la storia del secolo scorso ci è maestra a riguardo, con tutte le sue lezioni.
A queste, per esempio, faceva esplicito riferimento l’economista inglese John Maynard Keynes quando, nel 1919, decise di dimettersi da rappresentante del ministero del tesoro della Gran Bretagna alla conferenza di Versailles: «Anche in queste ultime, angosciose settimane ho continuato a sperare che trovaste un modo qualunque per fare del trattato un documento giusto e realistico. Ma ora è troppo tardi, evidentemente. La battaglia è perduta». Keynes non aveva mai sottoscritto la convinzione dei vincitori di avere combattuto, secondo la celebre formula di Wilson, la «guerra che avrebbe posto fine a ogni guerra»; e si era opposto invano alla miopia di ridurre i problemi del dopoguerra a un mero fatto di «frontiere e sovranità». Era certo, infatti, che le durissime riparazioni imposte alla Germania avrebbero portato il continente, nel giro di due o tre decenni, a un secondo conflitto, che puntualmente si verificò: «Se diamo per scontata la convinzione che per anni e anni la Germania debba essere tenuta in miseria, i suoi figli rimanere nella fame e nell’indigenza, il paese circondato da nemici, se noi mirassimo deliberatamente all’umiliazione dell’Europa centrale, oso farmi profeta, la vendetta non tarderebbe».
Maschere e derive
Anche oggi, l’assetto economico internazionale presenta sia forme “tradizionali” di potenziali conflittualità (il fenomeno dei “land grabs”, ovvero la vendita o l’affitto di terre di paesi a reddito medio-basso e basso, specialmente africani, a soggetti stranieri, rientra in questa tipologia, così come l’attuale crisi del debito di molti paesi anche europei), sia modalità storicamente inedite, attraverso cui gli affari economici minano la stabilità delle relazioni internazionali.
Il riferimento, in quest’ultimo caso, è al ruolo giocato negli ultimi anni dalla finanza (dai cosiddetti money manager, le grandi compagnie finanziarie, bancarie e non, che gestiscono la gran massa dei risparmi mondiali e ne determinano la destinazione) nel determinare una doppia dinamica: prima un’impennata del tutto eccezionale (nel senso di mai precedentemente sperimentata) del prezzo di alcuni beni (cibo, petrolio, materie prime, le cosiddette commodity); poi, in base ad altri meccanismi e altri fini, un crollo del prezzo del petrolio e un diverso equilibrio tra le principali valute. Si tratta di elementi che rivestono, per ovvie e intuibili ragioni, un’importanza strategica, dal momento che da essi dipendono i tassi di crescita, ma anche di povertà, il grado di sicurezza alimentare, in ultima analisi la possibilità di stabilire perduranti relazioni pacifiche fra i popoli.
Molte tensioni, crisi e conflitti violenti che oggi si combattono sempre più aspramente nel pianeta, con le relative maschere etniche o religiose e le aberranti derive terroristiche, celano elementi causali che coincidono con scelte, dinamiche e interessi di carattere economico-finanziario, ben più materiali e aridi di ogni trascendenza.