di Cristina Uguccioni
Coltivare la gratitudine ed essere uomini e donne di preghiera: è questo l’invito che offre in questa conversazione con catt.ch il cardinale svizzero Kurt Koch, dal 2010 prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
In questo tempo difficile, segnato dalla pandemia, dalla guerra, dalla crisi energetica ed economica, quale riflessione vorrebbe offrire a chi, pensando all’anno nuovo, si lascia vincere dallo scoraggiamento e dalla mestizia?
«Purtroppo oggi il mondo è percorso da molto dolore. La Chiesa porta su sé questo dolore e affronta anche nuove sfide: in Germania e in Svizzera, ad esempio, molti abbandonano la Chiesa o si dicono pronti a lasciarla. La fede cristiana conosce una via per non lasciarsi vincere dallo scoraggiamento e dalla mestizia: la preghiera. Come ha detto San Tommaso d’Aquino, essa è il linguaggio della speranza. Una persona che prega è una persona di speranza, capace di mettersi nelle mani di Dio, il quale non abbandona mai nessuno. Vorrei dare coraggio a quanti sono tentati di cedere allo sconforto e all’amarezza, invitarli a pregare e ricordare loro le parole di Gesù che dice: “Non temete!”. Il Suo amore non verrà mai meno».
A proposito della guerra in Ucraina: quali considerazioni suscitano in lei le posizioni del patriarca di Mosca Kirill e la divisione nel mondo ortodosso ucraino?
«Le posizioni del patriarca Kirill non sono facili da comprendere. Per noi cristiani è impossibile appoggiare la guerra e appoggiarla, addirittura, in nome di Dio. Come ha spesso ripetuto papa Francesco, Dio è sempre e solo Dio della pace. La nostra posizione è chiara. Non intendiamo tuttavia chiudere le porte del dialogo con il patriarcato di Mosca guidato da Kirill. Le porte vanno lasciate aperte, è l’unico modo per cercare di affrontare il problema della guerra. Il mio auspicio è che la Chiesa ucraina ortodossa del patriarcato di Mosca e la Chiesa autocefala ortodossa dell’Ucraina (fondata dal patriarcato di Costantinopoli) possano un giorno giungere alla riconciliazione. La Chiesa cattolica non interferisce in questo conflitto interno al mondo ortodosso: ciò non significa però che restiamo indifferenti. La divisione è una preoccupazione e un dolore anche per noi. Se gli ortodossi ci domanderanno qualcosa, faremo tutto ciò che possiamo fare».
A fine anno la Chiesa eleva l’inno di ringraziamento, il Te Deum: lei di cosa vuole rendere grazie a Dio?
«Finalmente in questo periodo, dopo la grande sfida della pandemia, è di nuovo possibile viaggiare e incontrarsi: ciò è particolarmente importante per il nostro Dicastero che si prodiga per il dialogo. Il dialogo si costruisce e porta frutto quando ci si incontra di persona. Più in generale, penso che, ogni giorno, tutti abbiano ragioni per rendere grazie. È bene farlo. Pensiamo ad esempio a tutti coloro che in questo momento si stanno prendendo cura dei rifugiati ucraini: come non essere grati del bene da loro compiuto? E come non ringraziare dell’opportunità che ciascuno di noi ha di compiere la giustizia e praticare l’amore?»
Nell’odierno contesto culturale dominato dal diktat dell’autorealizzazione che impone di farsi da sé, per sé, senza vincoli né debiti con alcuno, come evitare di smarrire la dimensione della gratitudine?
«Bisogna allenarsi, abituarsi ogni giorno a riconoscere i doni che riceviamo, e poi rendere grazie, con semplicità. Sono certo che ogni essere umano, se considera la propria vita, troverà molti motivi per ringraziare. Ho capito che i poveri, da questo punto di vista, possono dare l’esempio: privi di molte cose, sono capaci di gratitudine profonda per quel poco che hanno, per l’accoglienza e l’amore che ricevono e che possono offrire».
In gennaio si celebra la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che quest’anno ha per tema «Imparate a fare il bene, cercate la giustizia» (Isaia 1,17). Quale importanza riveste questo appuntamento ecclesiale nel cammino verso l’unità?
«Il Decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II sottolinea che la preghiera è l’anima del movimento ecumenico ed incoraggia l’osservanza della Settimana di preghiera. Il fondamento del movimento ecumenico è la preghiera sacerdotale di Gesù. Nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni si legge: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato”. Si badi: Gesù non ha ordinato l’unità, ha pregato per l’unità. L’opera migliore che noi cristiani possiamo compiere è pregare. Così facendo confessiamo la nostra incapacità a realizzare l’unità: come dimostra la storia, e anche il tempo presente, noi uomini riusciamo solo a produrre divisione. L’unità è dono dello Spirito e il modo più certo per riceverlo è la preghiera».
Quali passi avanti vede profilarsi all’orizzonte nel cammino verso l’unità promosso dal suo Dicastero?
«Da tempo con le Chiese ortodosse stiamo approfondendo un tema di grande rilevanza per ritrovare l’unità tra Occidente e Oriente: il rapporto tra il primato e la sinodalità. Sono già stati compiuti alcuni passi avanti: mi auguro ne seguano di nuovi. Siamo impegnati anche nel dialogo con le Comunioni mondiali, fra le quali la Comunione Anglicana, la Federazione Luterana Mondiale, la Comunione Mondiale di Chiese Riformate, il Consiglio Metodista Mondiale, l’Alleanza Battista Mondiale. Con ogni Comunione Mondiale abbiamo un rapporto e un dialogo fruttuosi. Penso che ulteriori, significativi passi potranno essere compiuti grazie a due anniversari: nel 2030 si celebrerà il cinquecentesimo anniversario della Confessio augustana, documento prezioso per l’unità: nutro la speranza che la riflessione comune sulla Confessio Augustana apporti benefici al cammino con i luterani. Nel 2025 ricorrerà l’anniversario del Concilio di Nicea, che si tenne 1700 anni fa, nel 325, quando la Chiesa era ancora indivisa. Tutte le comunità cristiane del mondo ne faranno memoria e questo darà modo di intensificare il dialogo e progredire».
Quale augurio vorrebbe rivolgere ai fedeli in questo tempo natalizio?
«È una usanza bella quella di preparare il presepe nelle case, in famiglia. Per me è molto importante che sia anzitutto il nostro cuore a diventare un presepe affinché possa ricevere il Figlio di Dio. Ciò può accadere solo se non ci facciamo distrarre e sopraffare da mille faccende, preoccupazioni e incombenze. L’augurio che rivolgo a tutti è quello di avere un cuore aperto, capace di accogliere l’avvento di Dio nella storia e nella vita di ognuno».