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Il commento ai Vangeli della domenica

Calendario Romano

Anno B / Mc 12, 38-44 / XXXII Domenica del Tempo ordinario

La vedova al tempio: l’offerta vera è dare tutto

di Dante Balbo*
Chi come me ha vissuto anche marginalmente il grande movimento giovanile che ha scosso gli anni ‘60 e ‘70, sa che non si trattava di una corrente riformista, di una nuova visione nata dalla tradizione, ma di un terremoto che metteva in discussione tutto: il potere, la politica, le relazioni umane, la famiglia, il mercato e l'economia. Non importa qui il risultato, per certi versi peggiore della condizione precedente, in altri casi devastante per l'accelerazione di processi disgreganti l'equilibrio sociale e antropologico, ma il bisogno di totalità, di qualcosa di vero in un mondo falso e accomodante. Paradossalmente lo stesso anelito dei giovani che pretendevano liberarsi anche dal giogo religioso, apparteneva a Gesù. A dire il vero il protagonista del Vangelo, come della prima lettura non è il Messia in senso stretto, ma una figura altamente simbolica nella Sacra Scrittura: la vedova. Gesù sta davanti alla cassetta delle elemosine del Tempio di Gerusalemme e osserva i donatori. Ciò che attrae la sua attenzione non sono i ricchi farisei o dignitari che ostentano la loro generosità, ma una vedova che come nota don Willy Volonté probabilmente il maestro conosceva, la quale mette due spicci, ma è tutto quello che ha. In altre parole, come la vedova straniera della prima lettura, offre tutta sé stessa, confidando nel Dio che si erge a protettore dell'orfano e della vedova, perché non farà mancare la sua provvidenza. L'offerta però non è una finta, come non è una finta quella di Gesù, che sarà una morte autentica e un dono totale di sé. Il Signore resta ammirato dalla vedova, perché non si è risparmiata, non ha dato il superfluo, non ha contabilizzato l'amore di Dio. Così farà anche Gesù, dando la vita. La vedova del Vangelo ha deciso di dare tutto, non perché ha calcolato che tanto Dio l'avrebbe ricompensata, ma perché era cresciuta nella certezza che l'offerta di sé o è totale oppure non è vera.

*Dalla rubrica televisiva Il Respiro spirituale di Caritas Ticino in onda su TeleTicino e online su YouTube

Calendario Ambrosiano

Anno B / Lc 23,36-43 / Domenica di Cristo Re

La croce di Cristo, motivo della sua regalità

di don Giuseppe Grampa

Riconosciamolo: è arduo parlare di regalità guardando la croce come abbiamo appena letto nella pagina evangelica. Dove sono i segni del potere proprio dei sovrani? Sul Calvario vi è solo sangue, un povera vittima schiacciata dall’arbitrio cieco del potere che, derisione estrema, ha voluto una scritta in tre lingue – ebraico, latino e greco – perché tutti la capissero: «Gesù Nazareno, re dei Giudei» (Gv 19,19). Quello di «Re» è un titolo che può essergli attribuito ma secondo una accezione assolutamente singolare. Forse proprio per questo la festa di «Cristo Re «è tardiva nel calendario della Chiesa. Fu Pio XI, nel 1925, a volere la celebrazione di questa festa in un contesto decisamente polemico. Il fascismo cominciava a mettere radici in Italia con la progressiva emarginazione dei valori cristiani dalla vita civile. Nell’intenzione del Papa, che pochi anni dopo avrà il coraggio di alzare la sua voce contro le aberranti dottrine naziste, la fede nella regalità di Cristo doveva impedire di sacralizzare un uomo, fosse pure il Führer, e il suo potere. La pericolosa tendenza di certe forme del potere di appropriarsi di Dio – pensiamo al «Dio con noi» del nazismo – e a tutti i totalitarismi, è oltraggio all’unica vera sovranità di Cristo. L’adorazione di Cristo Re ci impone leale rispetto per l’autorità costituita ma senza alcun investimento religioso. Nata in un contesto polemico la festa odierna manifesta comunque un valore perenne. L’immagine regale vuole esprimere il primato di Cristo, il suo essere il prototipo dell’umanità, l’uomo pienamente realizzato. Ma il luogo di questa realizzazione è la croce, è l’incondizionato dono di sé. Proclamare Cristo Re vuol dire proclamare il trionfo di chi sta in mezzo a noi come colui che serve. Guardiamo Cristo, re sul paradossale trono che è la croce, luogo sì di un potere, ma quello del perdono e della salvezza, non solo per quel malconcio rottame umano passato alla storia con il nome di «buon ladrone», ma per ognuno di noi.

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