Quando optiamo per Cristo senza la croce finiamo per avere la croce senza Cristo. Non bastano dolore e gioia sentimentali per entrare nei misteri salvifici della Quaresima e della Pasqua, e non basta osservare da lontano la passione, morte, sepoltura e resurrezione di Cristo. Cristo ci chiama a unirci a lui nella sua sofferenza, nella sua morte e nella sua resurrezione.
Il nostro discepolato, la nostra testimonianza e la nostra adorazione saranno meri sentimenti se non assomigliamo in qualche modo a Cristo nelle sue ferite. È naturale tirarsi indietro di fronte a una prospettiva di questo tipo. “È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!” (Ebrei 10, 31). Ma come possiamo affrontare Dio o noi stessi se rifuggiamo la piena e vera unione con Cristo? Cristo merita sicuramente che il nostro discepolato sia più di semplici buone intenzioni, che la nostra testimonianza sia più di slogan convinti, che la nostra adorazione sia più di un autocompiacimento entusiasta. Giorno dopo giorno in un “martirio bianco” o tutt’a un tratto in un “martirio rosso”, i cristiani conosceranno la verità della Pasqua – il suo pieno potere e la sua gioia – solo quando assumeranno la morte all’egoismo e il rifiuto della disobbedienza umana che Cristo stesso ha raggiunto sulla croce.In concreto, cosa possiamo fare tra ora e la domenica di Pasqua? Possiamo imitare Sant’Ignazio di Loyola e pregare “Mettimi vicino a tuo Figlio”. Sulla croce, nella tomba, nelle mani e nel cuore del nostro Padre celeste, dobbiamo stare vicino a Cristo. Portiamo un peccato a cui dobbiamo rinunciare (qualche vizio, qualche idolo) e un dono che possa essere offerto in adorazione (lode, obbedienza). Il nostro Padre celeste non sprecherà nulla di ciò che gli offriamo in unione con Cristo.