Come avevamo segnalato, era giunto nelle scorse ore un comunicato da parte della Curia che spiegava le tempistiche adottate nel caso del sacerdote ticinese accusato di abusi. Alcune critiche erano rivolte al fatto che dal momento della segnalazione, il mese di marzo, e fino all’arresto il sacerdote avesse potuto mantenere le sue cariche e continuare nelle sue attività. Al riguardo, ulteriori spiegazioni e spunti di riflessione vengono ora date da parte della Curia di Coira e dalla sua portavoce, Nicole Büchel, intervistata dalla RSI.
"Se la Chiesa si muovesse per conto proprio con qualsiasi tipo di intervento, il presunto autore capirebbe la situazione e potrebbe distruggere le prove e tutto ciò che riconduce a lui”. Per questo motivo, le autorità ecclesiastiche “non intraprendono nessun tipo d’iniziativa, fin tanto che la Procura non termina il suo lavoro di acquisizione di prove”, ha affermato Büchel.
Un precedente, nel passato, ha imposto la prassi. “Anni fa, un parroco nel Liechtenstein, sapendo che era stato attenzionato, ha avuto due o tre mesi per cancellare ogni tipo di prova”, racconta Büchel. “Per questo motivo, d’allora, le curie e in generale la Chiesa aspettano che le procure svolgano e termino il loro lavoro. Solo con il loro via libera avviamo poi la nostra richiesta interna”.
Un altro punto discusso in questi giorni, in merito alle tempistiche della Curia della Diocesi di Lugano, sono i due mesi intercorsi dalla segnalazione della persona alla poi effettiva denuncia al Ministero pubblico.
“L’iter dell’inoltro alla Procura normalmente avviene in tempi molto rapidi. Tuttavia è giusto capire, almeno preliminarmente, a cosa ci si trova davanti, se c’è sostanza o non c’è nulla”, spiega ancora la portavoce. “Generalmente non basta una telefonata o un’e-mail per automaticamente arrivare a una segnalazione alla Procura”.
Fonte: rsi/red