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    Lavoro dignitoso per tutti

    Dossier Caritas n.4 – Maggio 2015

    «Il lavoro fa parte del piano di amore di Dio; noi siamo chiamati a coltivare e custodire tutti i beni della creazione e in questo modo partecipiamo all’opera della creazione! Il lavoro è un elemento fondamentale per la dignità di una persona. Il lavoro, per usare un’immagine, ci “unge” di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre (cfr. Gv 5,17); dà la capacità di mantenere se stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione. E qui penso alle difficoltà che, in vari Paesi, incontra oggi il mondo del lavoro e dell’impresa; penso a quanti, e non solo giovani, sono disoccupati, molte volte a causa di una concezione economicista della società, che cerca il profitto egoista, al di fuori dei parametri della giustizia sociale» Papa Francesco, Udienza Generale, 1 maggio 2013

     

    Il richiamo alla dignità fondamentale della persona umana è il punto di riferimento per ogni riflessione sul tema del lavoro. Il lavoro ha il potenziale per valorizzare la dignità delle persone. Può anche, però, costituire un ambito di negazione dei diritti e di marginalizzazione: lo sfruttamento dei poveri e l’arricchimento smodato dei più ricchi passa attraverso relazioni di lavoro ingiuste, attraverso lo sfruttamento e, nei casi più estremi, anche attraverso la tratta degli esseri umani.

    Il tema del lavoro è da sempre di fondamentale importanza nel valutare lo stato e il progresso della comunità umana. È infatti attraverso il lavoro che vengono prodotti i beni e i servizi necessari alla vita delle persone; ma coloro i quali consumano questi beni e questi servizi lo fanno impiegando il reddito di cui dispongono in quanto lavoratori: questo reddito viene acquisito in modalità diverse, più o meno rispettose della dignità di chi lavora. Il modo in cui si lavora e il modo in cui si consuma sono dunque strettamente collegati, e sul tema del lavoro si incrociano elementi relativi alla sfera economica, ma anche al modo in cui il lavoro è organizzato da un punto di vista sociale, politico, culturale.

    Nella storia dell’Occidente, è in particolare a partire dalla rivoluzione industriale che si sviluppò una riflessione a questo riguardo: una progressiva consapevolezza sulle condizioni dei lavoratori si saldava allora con una sempre più autonoma capacità di iniziativa sociale che andava oltre la pur importantissima esperienza corporativa, soprattutto dei mestieri cittadini, dei secoli precedenti. Il modificarsi delle condizioni del lavoro, con l’avvio e lo sviluppo di esperienze sindacali e associative dei produttori, produssero a partire dal XIX secolo una crescente attenzione da parte di filosofi, sociologi, politologi, economisti, e resero questo tema centrale nel dibattito su una società in profondo cambiamento.

    Come sottolinea il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, i cambiamenti in atto lanciarono «alla Chiesa una grande sfida, alla quale il Magistero sociale rispose con la forza della profezia, affermando principi di validità universale e di perenne attualità, a sostegno dell'uomo che lavora e dei suoi diritti».

    Il lavoro, non più considerato come una punizione o un castigo divino, veniva valutato in quanto parte integrante dell’esperienza umana, occasione di miglioramento delle proprie e altrui condizioni. Per i credenti, diventava esperienza fondamentale dell’esperienza e della vocazione di ognuno, in quanto «dimensione fondamentale dell’esistenza umana come partecipazione non solo all’opera della creazione, ma anche della redenzione».

    A partire dall’Enciclica Rerum Novarum, del 1891, pur in qualche modo ancorata ad una polemica ideologica propria di quel tempo, si fissano elementi di fondamentale importanza che attraverseranno poi tutto il magistero sociale, come il tema del bene comune, quello dell’intervento dello stato, le condizioni del lavoro e il giusto salario, il diritto associativo. Si arriverà quindi alla Laborem Excersens, del 1981, in cui viene arricchita la visione personalista del lavoro, caratteristica dei precedenti documenti sociali.

    Si delinea così la necessità di un approfondimento dei significati e dei compiti che il lavoro comporta, in considerazione del fatto che «sorgono sempre nuovi interrogativi e problemi, nascono sempre nuove speranze, ma anche timori e minacce connesse con questa fondamentale dimensione dell’umano esistere, con la quale la vita dell’uomo è costruita ogni giorno, dalla quale essa attinge la propria specifica dignità, ma nella quale è contemporaneamente contenuta la costante misura dell’umana fatica, della sofferenza e anche del danno e dell’ingiustizia che penetrano profondamente la vita sociale, all’interno delle singole Nazioni e sul piano internazionale».

    Papa Francesco ha sottolineato l’importanza di questo tema sin dai primi mesi del suo pontificato. Significative le parole usate in occasione dell’incontro con il mondo del lavoro, a Cagliari il 22 settembre 2013, quando ha invocato: «un lavoro dignitoso per tutti. Una società aperta alla speranza non si chiude in se stessa, nella difesa degli interessi di pochi, ma guarda avanti nella prospettiva del bene comune. E ciò richiede da parte di tutti un forte senso di responsabilità.

    Non c’è speranza sociale senza un lavoro dignitoso per tutti. Per questo occorre “perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento per tutti” (Benedetto XVI, enciclicaCaritas in veritate, 32). Ho detto lavoro “dignitoso”, e lo sottolineo, perché purtroppo, specialmente quando c’è crisi e il bisogno è forte, aumenta il lavoro disumano, il lavoro-schiavo, il lavoro senza la giusta sicurezza, oppure senza il rispetto del creato, o senza rispetto del riposo, della festa e della famiglia, il lavorare di domenica quando non è necessario. Il lavoro deve essere coniugato con la custodia del creato, perché questo venga preservato con responsabilità per le generazioni future. Il creato non è merce da sfruttare, ma dono da custodire».

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