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Letture evangeliche verso la Pasqua 2021 (VI)

a cura di Ernesto Borghi, coordinatore della Formazione Biblica nella Diocesi di Lugano

DOMENICA DELLE PALME

Marco 11,1-11[1] (rito romano – commento di Gaetano Di Palma[2])

Questo brano è posto come apertura della narrazione del ministero di Gesù a Gerusalemme, racconto che occupa tutta la parte finale del vangelo secondo Marco. Dopo il v. 1a, in cui si forniscono delle indicazioni geografiche, il testo può essere diviso in due parti: il reperimento della cavalcatura (vv. 1b-6) e l’ingresso solenne nella capitale, attorniato da gente che lo accoglie con acclamazioni (vv. 7-11).

1E, quando si avvicinano a Gerusalemme, a Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, manda due dei suoi discepoli 2e dice loro: «Andate nel villaggio che vi (sta) di fronte e subito, entrando in esso, troverete un puledro (d’asino) legato, sul quale nessuna persona non si è ancora seduta; scioglietelo e portate(lo). 3E se qualcuno vi dice: “Perché fate questo?”, dite: “Il Signore ne ha bisogno, e subito lo rimanda qui di nuovo». 4E andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori, sulla strada, e lo sciolgono. 5E alcuni di quanti stavano là dicevano loro: «Che cosa fate sciogliendo il puledro?». 6Essi dissero loro proprio come Gesù aveva detto, e (quelli) li lasciarono (fare).

7E portano il puledro a Gesù, e vi gettano sopra i loro mantelli, ed (egli) si sedette sopra di esso. 8E molti stesero i loro mantelli sulla strada, e altri letti di fogliame tagliandolo dai campi. 9E quelli che precedevano e quelli che seguivano gridavano:

«Osanna!

Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

10Benedetto il regno che viene, (il regno) del nostro padre Davide!

Osanna nel (cieli) altissimi![3]».

11Ed entrò in Gerusalemme, nel tempio. E, osservando attorno, ogni cosa, siccome l’ora era ormai tarda, uscì verso Betània, con i dodici.

v. 1a: oltre Gerusalemme, città universalmente nota, in questo versetto sono nominate alcune località geografiche su cui occorre fornire alcune notizie. In primo luogo, vi è il Monte degli Ulivi, corrispondente al toponimo attuale Gebel et-Tur (m 809). Esso fa parte di una piccola catena montuosa ed è separato dalla città vecchia di Gerusalemme perché tra di loro si trova la valle del torrente Cedron. Nominato in diversi luoghi dell’Antico Testamento (cfr. 2Sam 15,30; 1Re 11,7; Ez 11,23) e a Flavio Giuseppe (cfr. Antiquitates iudaicae XI, 8,5 [329ss]; Bellum iudaicum II, 19,4.7 [528.542] e V, 2,3 [67]), era frequentato da Gesù, come dicono Gv 8,1 e Lc 21,37. Probabilmente, egli ha percorso la strada che, salendo da Gerico, attraversava il monte e poi scendeva ripidamente verso il Cedron. Tale strada passava nei pressi dei due piccoli centri di Betfage e Betania. Il nome del primo vuol dire “casa dei fichi”; il secondo, invece, più volte citato nei Vangeli, distava dalla capitale, secondo Gv 11,18, quindici stadi, ossia quasi tre chilometri; sullo stesso luogo attualmente è situato il villaggio arabo di El-‘Azariye.

vv. 1b-3: per entrare a Gerusalemme Gesù inviò due suoi discepoli a prendere una cavalcatura, un puledro, dando loro precise istruzioni su come comportarsi. Essi trovarono com’era stato detto loro e portarono il puledro al loro Maestro. Si parla di un villaggio “di fronte”, del quale non è detto il nome. Il resto viene indicato in maniera più particolareggiata, innanzitutto, la cavalcatura, il pôlos, che in greco significa genericamente “puledro”.

Ci orientiamo verso il “puledro di asino” perché il contesto del brano, in cui si esalta la regalità messianica di Gesù, si richiama ad alcuni precedenti dell’AT. Il primo è 1Re 1,28-40, quando Davide, ormai vecchio, permette al figlio Salomone di adoperare la propria mula per la cerimonia di consacrazione regale. Poi, oltre a Gen 49,11, dove si parla di un figlio di asina legato, il testo più importante è Zc 9,9, in cui Sion è invitata a gioire perché giunge da lei il re, che è «giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina». Tale puledro ha una caratteristica: non era mai stato cavalcato, perciò Gesù è stato il primo. Infine, Gesù istruisce i suoi discepoli su come risponde all’obiezione di qualche tale, quando vedrà che essi sciolgono il puledro.

vv. 4-6: si racconta l’esecuzione degli ordini di Gesù. Tutto accade secondo quanto era stato previsto da lui. Pertanto, alla fine essi portarono il puledro al loro Maestro.

vv. 7-11: in questa seconda parte è narrata la preparazione della cavalcatura, l’ingresso nella città santa ed è riportata l’acclamazione di coloro che seguivano Gesù.

vv. 7-8: egli salì sul puledro opportunamente preparato, perché vi furono posti dei mantelli sul dorso, a mo’ di sella. Altri mantelli furono messi per terra. Ciò era stato fatto in 2Re 9,11-13, quando i compagni di Ieu, saputo che era stato unto re d’Israele, gli stesero i mantelli a terra in segno di onore. Lo stesso si può dire dei letti di fogliame.

vv. 9-11a: l’acclamazione della folla è molto densa di significato in questo contesto. C’è la ripresa, almeno parziale, del Sal 118,25-26, che Marco introduce con il grido “osanna”, una tipica espressione ebraica che significa “salvaci”. Secondo qualche esegeta, all’epoca di Gesù l’espressione “osanna” non era più, ormai, un grido di salvezza, ma soltanto un’acclamazione di saluto ai pellegrini, come fa capire anche l’uso che ne fa lo stesso NT. A mio parere, Marco conferisce al versetto salmico, il quale originariamente era una benedizione che i sacerdoti rivolgevano ai pellegrini mentre giungevano al Tempio, un senso messianico con l’aggiunta di quella frase in cui è benedetto il veniente regno del padre Davide. L’antica benedizione per i pellegrini diventa ora un’acclamazione di saluto e di esaltazione per colui che viene considerato il “messia”, l’unto e l’investito dei poteri da Dio. In Gesù, quindi, si scorge colui che viene a instaurare il “regno” del “nostro padre Davide”. Non deve sfuggire, tra l’altro, che Gesù era stato acclamato “Figlio di Davide” dal cieco Bartimeo a Gerico, come si racconta nel brano appena precedente questo (cfr. 10,46-52).

v. 11b: Gesù compì una breve ispezione nel Tempio; poi, forse perché era l’orario di chiusura, ne uscì recandosi a Betania. Molto probabilmente non si fidava di rimanere in città durante la notte. Dal racconto evangelico emerge la figura di Gesù padrone degli eventi; egli guida verso l’esito da lui voluto.

Giovanni 11,55-12,11 (rito ambrosiano – commento di Giorgio Zevini[4] [11,55-57] – Giuseppe De Virgilio[5] [12,1-11])

55Era vicina, la Pasqua dei Giudei, e molte (persone) salirono verso Gerusalemme, dalla regione, prima della Pasqua, per purificarsi. 56Cercavano dunque Gesù e dicevano tra di loro, stando in piedi nel tempio: «Che ve ne pare? Non verrà (egli) alla festa?». 57Intanto avevano dato un comandamento, i sommi sacerdoti e i farisei: se qualcuno conoscesse dove (egli) è, che lo denunci, così che (loro) potessero prenderlo.

vv. 55-57: Il testo, con il quale si conclude il cap. 11, è un brano di tradizione storica, che ci presenta gli spostamenti di Gesù dopo il miracolo della risurrezione di Lazzaro a Betania. Gli scontri avuti da Gesù con i suoi avversari avevano inasprito la sua relazione con questi e Betania non era più sicura. La sua situazione era diventata così pericolosa che non appariva più in pubblico fra i giudei, ma si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim (v. 54).La località si trovava probabilmente nei dintorni di Betel, a una ventina di chilometri a nord-est di Gerusalemme, nell’attuale villaggio di Et-Tajibeh, ai bordi del deserto di Giudea. Per Giovanni lo spostamento di Gesù ad Efraim è un drammatico mezzo stilistico per caratterizzare l’atmosfera esplosiva di Gerusalemme e dei suoi dintorni.

Gesù, dominando gli eventi e la sua vita, si ritira in questo villaggio, ai margini del deserto, quasi per riservarsi la piena libertà di abbandonare la sua vita e di riprenderla. L’evangelista lascia nel nascondimento i particolari di questo ritiro del Maestro, dal quale egli con i suoi discepoli salirà per l’ultima volta nella Città Santa per compiere la sua ora, in coincidenza dell’ultima Pasqua ormai vicina.

Nel frattempo si moltiplicano i pellegrinaggi religiosi che portano a Gerusalemme tanta gente per purificarsi prima della pasqua (v. 55) e così santificarsi con i riti di purificazione (cfr. 2Cr 30,15-20).Le ostilità dei capi del popolo nei riguardi di Gesù erano note a tutti e si conosceva una loro dichiarazione, resa pubblica, che chiunque fosse a conoscenza del luogo dove era il Nazareno lo facesse sapere perché l’autorità competente potesse procedere per il suo arresto. Gesù, che sapeva ogni cosa, si reca a Gerusalemme solo qualche giorno prima della festa, ma per celebrare la sua Pasqua. Egli è l’Agnello senza macchia che nella croce troverà la sua glorificazione.

12 1Gesù dunque, sei giorni prima della Pasqua, venne verso Betània, là dove c’era Lazzaro, che (egli) aveva risuscitato dai morti. 2 Fecero dunque per lui una cena, là, e Marta serviva; quanto a Lazzaro era uno di quelli che erano a tavola con lui. 3Maria dunque, presa una libbra[6] di mirra, nardo autentico, di gran pregio, fece un’unzione sui piedi di Gesù e asciugò, accrezzandoli con i suoi capelli, i suoi piedi. Ora tutta la casa si riempì del profumo della mirra.

4Ma disse, Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, colui che stava per consegnarlo[7]: 5«Perché questa mirra non è stata venduta per trecento denari da dare ai poveri?». 6Questo disse non perché (egli) si prendeva cura dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la borsa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7Disse dunque Gesù: «Lasciala, perché lo custodisca per il giorno della mia sepoltura. 8Infatti i poveri sempre (li) avete con voi, me invece non sempre (mi) avete».

9Conobbe dunque, la folla numerosa tra i Giudei, che là (egli) è. E vennero non solo a motivo di Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. 10Quanto ai sommi sacerdoti, decisero: che anche Lazzaro (essi) uccidano, 11perché molti, tra i Giudei, se ne andavano via a causa di lui e credevano in Gesù.

v. 1: Betania è il villaggio di Lazzaro, menzionato in Gv 11,1. La sequenza cronologica («sei giorni prima di Pasqua») separa il racconto della risurrezione di Lazzaro dall’episodio della cena. La scena dell’unzione è collocata prima della passione in Mc 14,3-9 e Mt 26,6-13, diversamente da Lc 7,36-50, in cui viene presentata la figura di una peccatrice.

v. 2: La cena si svolge in un luogo diverso dalla casa di Lazzaro, Marta e Maria, che sono ospiti. Non si nomina l’ospitante. In Mc e Mt è Simone il lebbroso mentre Lc si menziona solo Simone. L’accenno a Marta che serviva richiama Lc 10,40.

v. 3: «Una libbra di nardo puro, assai prezioso» corrispondeva a 327,25 grammi. Si sottolinea l’abbondanza e la preziosità del nardo (v. 5) il cui aroma si espande nella stanza. L’iniziativa di Maria di cospargere i piedi di profumo e asciugarli con i capelli è diversa dalla motivazione che ha avuto la peccatrice perdonata in Lc 7,38. 

vv. 4-6: L’intervento critico di Giuda ha la funzione di caratterizzare il profilo del traditore, presentandolo come un personaggio subdolo, un astuto ladro che agisce con falsità. Già associato alla figura del diavolo (cfr. 6,70), nel contesto della cena l’evangelista afferma che «Satana entrò in lui» (cfr. 13,27). In Mc 14,4 e Mt 26,8 l’indignazione è riferita genericamente ai discepoli.

vv. 7-8: Il verbo «conservare» (cfr. 2,10) assume un valore programmatico, in rapporto ad un evento che deve accadere in un tempo determinato. Il ritratto negativo di Giuda è antitetico all’immagine di Maria, la cui testimonianza di fede è disinteressata e generosa. Il suo gesto è interpretato dal Signore come un’azione profetica, prefigurazione della morte imminente.

vv. 9-11: La descrizione della grande folla (si tratta di più folle) che ruota intorno a Gesù prepara la scena dell’ingresso solenne nella città santa. La presenza delle folle evoca l’entusiasmo generale di quanti affollavano la città santa per le festività pasquali (cfr. 12,12.17). Intanto l’evangelista svela ancora più chiaramente il complotto dei capi dei sacerdoti di uccidere il Cristo e anche Lazzaro (cfr. 11,53).

[1] Il commento prosegue, per ragioni di completezza, sino al v. 11 anche se la liturgia si ferma al v. 10. Durante la celebrazione viene proclamato, nella collocazione usuale di III lettura, il testo di Mc 14,1-15,47. Per tale commento rinviamo, per esempio, a absi, MARCO. Nuova traduzione ecumenica commentata, Edizioni Terra Santa, Milano 20182, pp. 189-227 e ai commenti, ivi contenuti, di Ernesto Borghi (14,1-11; 14,12-25); Stefania De Vito (14,26-52), Francesco Mosetto (14,53-72); Gaetano Di Palma (15,1-15); Angelo Reginato (15,16-41.42-47).

[2] Nato a Portici (NA) nel 1964, presbitero cattolico, licenziato in Scienze Bibliche presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma e dottore in Teologia, è professore ordinario di Scienze Bibliche (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli) e direttore del seminario di scienze bibliche della sezione “San Tommaso d’Aquino” della stessa Facoltà. Tra i libri più recenti: La grazia di Dio non è stata vana. Alcuni studi su Paolo di Tarso, CNX, Roma 2013; (con L. Parente) Alle sorgenti della misericordia. Il Vangelo di Luca, Passione Educativa, Benevento 2015; Cristo e la gioia nei vangeli sinottici, Sardini, Brescia 2016; (con S. Infantino), «Tu sei Pietro...». Primo degli apostoli e roccia della Chiesa Artetetra, Capua (CE) 2019; (con P. Giustiniani-A. Tubiello), In tempo di pandemia. Piccolo manuale per navigare a vista, Artetetra, Capua (CE) 2020.

[3] 11,10. La formulazione riprende, in parte, il salmo 118,25-26.

[4] Nato a Castel Gandolfo (Roma) nel 1939, presbitero salesiano, è docente emerito di Nuovo Testamento presso l’Università Pontificia Salesiana. Ha compiuto studi teologici e biblici al Pontificio Istituto Biblico in Roma, a Gerusalemme e a Oxford. Attualmente è Rettore dell’Opera Internazionale Salesiana Testaccio per sacerdoti studenti presso le Università Pontificie Romane. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Gesù e la catechesi nei vangeli, LEV, Vaticano 2015; La lectio divina nella comunità cristiana. Spiritualità - metodo - prassi, Queriniana, Brescia 20166; Il testamento spirituale di Gesù nel vangelo di Giovanni, Queriniana, Brescia 2017; Lectio divina. Silenzio Parola Comunità, Queriniana, Brescia 2018; Le tre lettere di Giovanni, Queriniana, Brescia 2019.

[5] Nato a Foggia nel 1961, è presbitero cattolico della diocesi di Termoli- Larino dal 1986. Ha conseguito il dottorato in Teologia Biblica presso la Pontificia Università Gregoriana, il dottorato in Teologia Morale presso la Pontificia Accademia Alfonsiana e la licenza in Filosofia presso la Pontificia Università Urbaniana. È professore associato di Esegesi del Nuovo Testamento e Teologia biblica presso la Pontificia Università della Santa Croce(Roma). È membro della Studiorum Novi Testamenti Societas e dell’Associazione Biblica Italiana, di cui è stato segretario (2008-2012). Rappresentante della Conferenza Episcopale Italiana per la Catholical Biblical Federation (2002-2013), è stato membro del comitato esecutivo (2008-2013). È nel consiglio di redazione di Rivista Biblica Italiana, di Bulletin Dei Verbum (CBF) e di Vocazioni. Ha in attivo diverse pubblicazioni ed ha curato alcune opere collettive, tra cui il Dizionario Biblico della Vocazione (Rogate, Roma 2007). Tra le sue opere recenti segnaliamo: L teologia biblica: itinerari e traiettorie, Messaggero, Padova 2020; Da Gesù a Paolo. Evangelizzare la gioia del Regno, Edusc, Roma 2020.

[6] La libbra romana pesava 327,5 grammi.

[7] Il verbo greco, spesso tradotto con ‘tradire’, ha un significato ben più ampio: può indicare l’atto di consegnare qualcuno a un potere politico, Ma può anche avere un valore ben diverso ed evocare il dono che Gesù, morendo, fa del suo spirito (cfr. Gv 19,30).

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