a cura di Ernesto Borghi, coordinatore della Formazione Biblica nella Diocesi di Lugano
TERZA DOMENICA DI QUARESIMA
Giovanni 2,13-25 (rito romano – commento di François-Xavier Amherdt1)
A differenza delle tre versioni evangeliche sinottiche, Giovanni colloca l’episodio dell’espulsione dei venditori del Tempio all’inizio della vita pubblica di Gesù, e lo fa seguire da una dichiarazione sulla distruzione/ricostruzione del Tempio. Fin dall’inizio, nell’atmosfera già pasquale, la rottura con la comunità ebraica contemporanea è un dato di fatto.
13E vicina era la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14E trovò nel Tempio quanti vendevano buoi e pecore e colombe, e i cambiamonete seduti (al banco). 15E, fatta una sferza di cordicelle, tutti cacciò fuori dal tempio, così come le pecore e i buoi; e gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose; non rendete la casa del Padre mio una casa di mercato». 17I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora (Sal 69,10). 18Risposero dunque, i Giudei, e gli dissero: «Quale segno ci mostri, dato che fai queste cose?». 19Gesù rispose e disse loro: «Sciogliete2 questo Tempio e in tre giorni lo farò sorgere di nuovo3». 20Gli dissero dunque i Giudei: «Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21Egli, però, parlava del tempio del suo corpo. 22Quando poi (egli) fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che aveva detto Gesù. 23Mentre era a Gerusalemme durante la Pasqua, durante la festa molti credettero nel suo nome, osservando i segni che faceva. 24Gesù però non si fidava di loro4, perché egli li conosceva tutti 25e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza in merito all’essere umano. Egli infatti sapeva quello che c’è nell’essere umano.
v. 13: Viene impostato il quadro spazio-temporale: Gesù “sale a Gerusalemme”. È la prima delle tre “Pasque” menzionate nel Quarto Vangelo (cfr. 6,4; 11,5), corrispondenti alla durata della vita pubblica di Gesù: in lui le festività ebraiche assumono un altro significato.
v. 14: Collocati nel cortile dei gentili, i cambiavalute e i commercianti di bestiame presentano ai pellegrini gli animali da offrire in sacrificio. Per Cristo, geloso dei “diritti di Dio”, questo traffico contamina il Tempio stesso.
v. 15: In linea con i gesti profetici del Primo Testamento, Gesù compie la purificazione del luogo santo pianificato per la fine dei tempi. La sua protesta, descritta da Giovanni in modo particolareggiato (“frusta di corde, pecore e buoi”), nell’affermare la sacralità del Tempio, è in continuità con quella dei suoi predecessori Geremia (cfr. 7,14), Malachia (cfr. 3,1) o anche Isaia (cfr. 56,7).
v. 16: Senza essere una citazione diretta, la parola del Nazareno evoca l’oracolo escatologico di Zaccaria (14,21): «In quei giorni non ci saranno più mercanti5 nella casa del Signore». Il Figlio manifesta così la sua relazione unica con “suo Padre”, invocando il rispetto dei suoi privilegi divini.
v. 17: È la figura del Salvatore Messia ad essere al centro dell’interesse del quarto evangelista. Prendendo le distanze dallo scambio essenziale di monete, adornate con effigi imperiali, con denaro non impuro e dal commercio reso necessario per la realizzazione dei sacrifici prescritti, Gesù si isola dal suo popolo. Il suo tragico destino si sta già profilando all’orizzonte, come sottolinea la citazione del Salmo 69 (68),9-10, collocata nel ricordo dei discepoli: «Sono un peso per i miei fratelli, uno sconosciuto per i figli di mia madre. Sì, lo zelo di casa tua mi ha divorato; ti insultano e i loro insulti ricadono su di me». Il totale impegno del Figlio nella casa di suo Padre lo distinguerà dai suoi fratelli e sorelle e lo condurrà alla morte.
v. 18: Dopo il primo “segno” di Cana (2,1-12), ora gli ebrei stessi chiedono a Gesù un “segno” per legittimare la sua azione e il suo progetto.
v. 19: Cristo risponde a questa richiesta con una seconda parola, dopo quella rivolta ai commercianti. Nei primi due vangeli sinottici la predizione della distruzione del Tempio è riportata da falsi testimoni malvagi, che lo pongono sulle labbra di Gesù: «Costui ha detto: “Posso distruggere il Tempio di Dio e (ri)edificarlo in tre giorni”» (Mt 26,61); «E alcuni, alzandosi, portavano false testimonianze contro di lui dicendo: “Noi stessi l’abbiamo sentito dire: ‘Io distruggerò questo tempio fatto da mani (d’uomo) e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani (d’uomo)’”» (Mc 14,57-58). In Giovanni è Cristo stesso che lo proclama, ma rivolgendosi ai suoi interlocutori: «Distruggi questo tempio» e usando un altro verbo, letteralmente traducibile così: «Lo solleverò». Questo termine è usato per le costruzioni architettoniche, ma anche per la risurrezione.
v. 20: Come al solito, il Quarto Vangelo gioca sull’equivoco. Gli ebrei vivono al “primo livello” del discorso (= l’edificio in pietra), la cui ricostruzione era stata intrapresa nel 19 a.C., condizione che porrebbe la nostra scena nella Pasqua nel 28 d.C.
v. 21: Ora per l’evangelista e la sua comunità, Gesù si pone su un altro livello: la scomparsa del tempio di pietra e la soppressione dei vecchi sacrifici mirano a rivelare l’avvento di un nuovo santuario (questa volta naòs in greco, come già nel v. 19) e un nuovo regime di sacrificio. La vicinanza del gesto di purificazione del Tempio con il miracolo di Cana parla da sé: i due episodi raccontano di una transizione: i vasi sono vuoti, il Tempio è svuotato; il matrimonio si svolge “il terzo giorno” e Cristo manifesta “la sua gloria” lì; la Pasqua ebraica è vicina e in tre giorni verrà elevato il santuario del corpo di Cristo.
v. 22: Giovanni quindi conclude nuovamente il suo racconto sulla fede dei discepoli, come a Cana: Cristo, un “nuovo” Tempio, prende il posto del “vecchio”. Risuscitato dai morti, con la sua risurrezione Gesù adempie la sua parola e tutta la Scrittura con essa. Il quarto evangelista può così associare le Scritture, i fatti di Gesù e la Pasqua riletta dagli apostoli e dalla sua stessa comunità nel momento in cui il “vecchio” Tempio è già scomparso.
vv. 23-25: Questa breve scena collega i versetti precedenti al successivo episodio di Nicodemo. Il testo non precisa la natura dei “segni” realizzati, ma delinea l’opposizione tra la fede dei discepoli e la constatazione disincantata della rottura solenne con il giudaismo. Il Gesù giovanneo non si fa illusioni sugli avversari: egli sa dall’interno che cosa abita il loro cuore.
Giovanni 8,31-59 (rito ambrosiano – commento di Angelo Reginato6)
L’ostilità tra Gesù e i Giudei trova qui un suo momento apicale. La testimonianza che Gesù dà di se stesso, la rivelazione che in lui, luce del mondo, splende la gloria divina, essendo l’Inviato dal Padre, suscita incomprensione e scatena la polemica. La grande controversia sulla discendenza di Abramo prende forma in tre scambi: due con i “Giudei che avevano creduto in lui” (vv. 31-36; 37-47); l’ultimo con i Giudei non connotati da un’adesione al suo insegnamento (vv. 48-59). In gioco vi è un’opposta comprensione dell’identità filiale e, dunque, del rapporto con Dio.
31Diceva dunque, Gesù, a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Qualora rimaniate nella mia parola, siete davvero miei discepoli e 32conoscerete la verità e la verità renderà liberi voi».
33Gli risposero: «Discendenza di Abramo siamo, e di nessuno non siamo mai stati schiavi. Come mai tu dici: Diventerete liberi?». 34Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: chiunque realizza un fallimento esistenziale, è schiavo del fallimento esistenziale. 35Lo schiavo, non resta per sempre nella casa; il figlio (invece vi) resta sempre. 36Se dunque il Figlio vi libererà, sarete realmente liberi.
37So che siete discendenza di Abramo. Ma (intanto) cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. 38Di quello che ho visto presso il Padre parlo; e voi dunque fate quello che avete ascoltato da parte del padre».39Gli risposero: «Il nostro padre è Abramo». Dice loro Gesù: «Se siete figli e figlie di Abramo, fate le opere di Abramo! 40Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità che ho ascoltato da parte di Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. 41Voi fate le opere del padre vostro». Gli dissero [dunque]: «Noi non siamo nati da prostituzione. Un solo Padre abbiamo: Dio!». 42Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio venni e sono giunto; infatti non sono venuto da me stesso, ma egli mi ha mandato. 43Perché non capite il mio linguaggio? Perché non siete in grado di ascoltare la mia parola. 44Voi discendete come padre dal separatore7, e volete realizzare i desideri di vostro padre. Egli omicida era fin da principio e non è mai stato nella verità, perché non c’è verità in lui. Quando parli del falso, parla di ciò che gli è proprio, perché è falso e padre della falsità. 45Io invece, perché dico la verità, non credete a me8. 46Chi di voi può provare un mio fallimento esistenziale? Se dico la verità, perché voi non mi credete? 47Colui che è da Dio le parole di Dio ascolta: per questo voi non (le) ascoltate, perché non siete da Dio».
48I Giudei gli risposero: «Non diciamo bene, noi, quando diciamo che tu sei un Samaritano e un pazzo?». 49Rispose Gesù: «Io non sono pazzo, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate. 50Io non cerco la mia gloria; vi è chi (la) cerca e giudica9. 51In verità, in verità vi dico: se uno osserverà la mia parola, la morte non (la) contemplerà certamente mai». 52Gli dissero i Giudei: «Ora sappiamo che sei pazzo. Abramo è morto e anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserverà la mia parola, non gusterà mai la morte”. 53Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?». 54Rispose Gesù: «Qualora io renda gloria a me stesso, la mia gloria non è nulla. È mio Padre che mi rende gloria, colui del quale voi dite: “È nostro Dio!”. 55E non lo conoscete. Io, invece, lo conosco. E se dirò di non conoscerlo, sarò come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola. 56Abramo, vostro padre, esultò di poter vedere il mio giorno; lo vide e ne gioì visibilmente». 57Gli dissero dunque i Giudei: «Cinquant’anni non hai ancora e hai visto Abramo?». 58Disse loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, io sono». 59Raccolsero dunque pietre per gettar(le) su di lui; ma Gesù si nascose10 e uscì dal Tempio.
vv. 31-36: Il primo scambio polemico tra le diverse opinioni affronta la questione del rapporto tra libertà e verità. Un tema che attraversa tutte le Scritture, a partire dalla scena-madre dell’esodo. Un adagio ebraico ricorda che “non basta che Israele esca dall’Egitto; occorre che l’Egitto esca da Israele”. Ovvero: la libertà non si riduce allo scioglimento delle catene (libertà da) ma comporta una forma di vita differente da quella vissuta in regime di schiavitù (libertà per). Nell’itinerario esodico è la tappa del Sinai a porre la questione del rapporto tra libertà e verità, fornendo al popolo in cammino mediante le “dieci parole” una nuova forma di vita, alternativa a quella imposta dal faraone. L’affermazione di Gesù si muove in questo orizzonte di senso: è la verità, da lui rivelata, a donare la libertà e a rendere autentica la fede di quanti pur dichiarano di credere in lui. E la sua Parola di verità domanda di essere custodita con perseveranza (come indica il senso del verbo “rimanere”). Questa è la condizione per poter essere suoi discepoli.
I suoi interlocutori non comprendono il discorso e lo interpretano come provocatoria messa in discussione di un’identità già acquisita. L’incomprensione porta Gesù a precisare la posta in gioco della sua affermazione: finché il peccato - ovvero una vita vissuta in modo fallimentare, alienata – detta legge, si è suoi schiavi. E come tali si può sì entrare nella casa di Dio, ma non come dei residenti, la qual cosa è riservata unicamente ai figli (si noti il richiamo intertestuale ai due figli di Abramo: Isacco, che rimane ed Ismaele, il figlio della schiava, che viene mandato via: cfr. Gen 21). Solo il Figlio è in grado di liberare da questa schiavitù radicale e rendere partecipi della sua figliolanza. L’identità non è un dato già acquisito ma un dono offerto a chi si mette alla sequela del Figlio.
vv. 37-47: Non cambiano gli interlocutori di Gesù – i Giudei che credono in lui – ma cambia l’argomento: ora, in questione vi è il riferimento ad Abramo. Gesù riconosce la discendenza abramitica secondo la carne dei suoi interlocutori; ma ne mostra l’incoerenza rispetto all’agire, che non è guidato dalla sua Parola. È la verità di una vita liberata dalla Parola a decidere l’identità credente. È la qualità dell’agire – a chi obbedisci? - a rivelare di chi si è figli. Il dialogo slitta dalla paternità di Abramo – dalla continuità generazionale - a quella di Dio – ovvero l’essere generati dalla Parola di verità. E dal momento che i suoi interlocutori operano nell’orizzonte della morte, Gesù vi discerne un’altra paternità. Sarebbero, dunque, figli illegittimi?
La reazione virulenta non si fa attendere: gli eletti rivendicano la loro fede monoteistica, che non prevede altri dèi, nessun altro padre. E allora perché non accolgono l’Inviato di Dio? Perché non ne comprendono il suo parlare? Perché, a dispetto di quanto viene rivendicato, il loro padre è il separatore, ossia il diavolo. Occorre ricordare come questo versetto sia stato usato, lungo i secoli, per giustificare le persecuzioni antigiudaiche, ricadendo, in tal modo, nell’orizzonte problematizzato da Gesù, ovvero il carattere etnico della figliolanza. Il fatto che la contestazione operata dal Nazareno si rivolga a quei Giudei che avevano creduto in lui, dice che non è l’ebraismo in quanto tale, bensì ogni esperienza credente a dover verificare l’autenticità o meno della propria identità, alla luce di quella verità divina che intende dare forma all’agire umano.
vv. 48-59: A quanti avevano, almeno inizialmente, creduto in Gesù, subentrano quali interlocutori gli altri Giudei. La controversia assume toni ancora più aspri, fino a decretare l’irriducibile inimicizia tra i due dialoganti. Il giudizio di Gesù sulla figliolanza diabolica gli viene ritorto contro: è lui a mostrare un’appartenenza dubbia (come quella dei samaritani, la cui purezza etnica è venuta meno con l’occupazione assira del 721 a.C.); è lui ad appartenere alla sfera diabolica, non certo a Dio. Gesù controbatte alle accuse, ribadendo il suo legame originario con Dio. Egli è il rivelatore di quella Parola divina che è più forte della morte. Dio, infatti, che l’ha inviato, ne riconosce il peso (è questo il senso biblico della “gloria”). Per questo la sua Parola può offrire vita piena, eterna e salvare dalla separazione da Dio che è la morte.
L’affermazione di Gesù viene letta dai suoi avversari come la conferma del suo essere indemoniato: tutti gli esseri umani sono mortali; chi pretende di essere questo Gesù? Non è Gesù, però, a glorificare se stesso, ma quel Dio che i Giudei, a torto, ritengono di conoscere. Il testo pone la questione di chi possa dire di conoscere Dio e, dunque, di nuovo, il tema dell’identità credente. L’autentica conoscenza di Dio si basa sulla conoscenza e l’osservanza della sua Parola: quella vissuta da Abramo, che si muoveva nell’orizzonte dell’attesa che si compisse la promessa ricevuta; quella rivelata da Gesù, compimento escatologico della promessa, portatore della gioia messianica. Mentre Gesù attinge le sue parole dal vocabolario della storia della salvezza, i suoi avversari si muovono entro l’orizzonte della cronologia. Ecco, allora, che, come parola conclusiva della disputa, risuona la solenne (cfr. il doppio amen) formula di autorivelazione: “prima che Abramo fosse, io sono” (v. 58). Con essa Gesù chiarifica il senso delle sue affermazioni precedenti e dichiara la propria natura divina.
La reazione dei suoi interlocutori (come in 5,18) è quella prevista nei casi di bestemmia: la lapidazione (cfr. Lv 24,13-16). Gesù, però, si sottrae: non è ancora giunta la sua ora e il suo destino non è in balia dei suoi avversari, essendo interamente nelle mani del Padre. In ogni caso, la sua uscita dal Tempio indica una rottura di tipo teologico: non è lì che si può conoscere Dio, come l’intera controversia ha mostrato.
1 Nato a Sion (Svizzera) nel 1957, presbitero della Diocesi di Sion dal 1983. Già vice-rettore del Seminario di Sion e vicario episcopale della sua Diocesi, per dieci anni è stato parroco-decano di Sierre e di Noës e successivamente direttore dell’Istituto Romando di Formazione ai ministeri a Fribourg (Svizzera). Dal 2007 è titolare della cattedra francofona di teologia pastorale, pedagogia religiosa ed omiletica presso l’Università di Fribourg. È co-responsabile del comitato italo-svizzero della redazione della rivista Lumen Vitae di Bruxelles (Belgio) e con- direttore del periodico stesso. Da oltre venticinque anni presiede l’ABC (Associazione Biblica Cattolica della Svizzera Romanda). Tra le recenti pubblicazioni: L’animation biblique de la pastorale. 120 propositions pratiques, Lumen Vitae, Namur-Bruxelles 2017; 7 jours - 7 dons - 7 béatitudes: Vivre le bonheur dans l'Esprit au quotidien. En contact constant avec le Seigneur, notre trésor, Lit-Verlag, Münster 2020.
2 Questo verbo anticipa quello che si legge in 11,44, a proposito di Lazzaro.
3 Anche qui Giovanni utilizza il verbo tipico della risurrezione.
4 Qui ricorre un verbo solitamente tradotto con credere (così ad esempio in 2,23). Ma, secondo una variante testuale (che inserisce il pronome rilflessivo heautòn alposto del pronome personale autòn, nel v. 24 lo stesso verbo significa affidare se stesso a… (cfr. H. Balz - G. Schneider, Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, tr. it., II, Paideia, Brescia 2004, col. 944).
5 La parola resa qui con il vocabolo mercanti è una variante testuale rispetto al sostantivo kena’ané (= Cananei).
6 Nato ad Abbiategrasso (MI) nel 1963, è licenziato in Teologia biblica (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano) e svolge un ministero pastorale nella chiesa battista a Lugano. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: «Che il lettore capisca» (Mc 13,14). Il dispositivo di cornice nell’evangelo di Marco, Cittadella, Assisi (PG) 2009; (con Lidia Maggi), Dire, fare, baciare... Il lettore e la Bibbia, Claudiana, Torino 2012; (con Lidia Maggi), Liberté, égalité, fraternitè. Il lettore, la storia e la Bibbia, Claudiana, Torino 2014; (con Lidia Maggi), Vi affido alla Parola. Il lettore, la chiesa e la Bibbia, Claudiana, Torino 2017; Corpi di desiderio. Dialoghi intorno al Cantico dei Cantici, Claudiana, Torino 2019.
7 Si veda la nota a 6,70.
8 La frase è certo sgrammaticata. Però, attraverso i pronomi io e a me che l’aprono e la chiudono, mette fortemente l’accento su Gesù.
9 La frase, piuttosto enigmatica, contrappone la gloria dal punto di vista del mondo e la gloria dal punto di vista di Dio. E Gesù non è interessato alla gloria del mondo, ma sarà Dio a glorificarlo di una gloria ben diversa.
10 Il verbo greco è ambiguo. Può essere interpretato come una forma riflessiva: si nascose. Ma può anche essere compreso come un passivo: venne nascosto (da Dio).