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Letture evangeliche verso la Pasqua (IV)

a cura di Ernesto Borghi, coordinatore della Formazione Biblica nella Diocesi di Lugano

Giovanni 3,14-21 (rito romano – commento di Guido Benzi[1] - Ernesto Borghi)

 In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: «14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. 16Infatti Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato attraverso di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19E il motivo della condanna è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini amarono le tenebre piuttosto che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti compie azioni cattive, odia la luce e non viene alla luce affinché non siano messe sotto accusa le sue opere. 21Ma chi opera la verità viene alla luce, affinché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in relazione con Dio».

Il culmine del discorso di Gesù assume i connotati del monologo. Tre sono i concetti essenziali: amore, fede e la coppia annientamento-salvezza. Uno solo è il destinatario: la globalità del reale, il mondo.

La fede di cui si parla in questi versi giovannei ha a che fare con l’origine di ciascuno, ed in particolare con l’origine “dal cielo” di Gesù stesso, che dovrà essere innalzato (un velato riferimento alla sua croce). Gesù rivela così a Nicodemo la sua profonda identità: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Si tratta di un vero e proprio annuncio kerygmatico, cioè una formulazione di fede fondamentale. Gesù si presenta come colui donato/mandato da Dio, al quale l’essere umano si deve aprire con fede. L’unico “segno” a cui Nicodemo, anche se vecchio, può e deve aprirsi è il «Figlio dato per la salvezza». Questo giovane Gesù rivela al suo vecchio interlocutore la possibilità radicale di ripartire, non da una fede standardizzata in formule o in pratiche, ma da una apertura fondamentale al dono straordinario di Dio nella relazione con Gesù, un dono d’amore.

La donazione di Gesù, conseguenza della scelta d’amore di Dio per l’essere umano, non ha secondi fini, non è un modo ambiguo per mettere alla prova chicchessia in cambio di qualche ritorno o per ribadire stabilmente la distanza tra Dio e l’essere umano e la peccaminosità delle creature. Il fine è la salvezza del mondo, dunque la pienezza di vita per gli esseri umani e il Creato tramite l’unica via realmente autorevole, il Figlio (v. 17): «Le due funzioni che la scuola farisaica attribuiva alla Legge: essere fonte di vita e norma di condotta, vengono ormai sostituite dalla persona di Gesù, l’uomo levato in alto (cfr. 1,17); solo da lui procede la vita (3,13-18) e, come la luce, rivela la bontà o malvagità dell’azione dell’uomo (3,19-21). Manifestando l’amore di Dio, si trasforma in norma di condotta»[2].

La fede evocata in questo brano implica un rinnovamento quotidiano di sé che è sempre possibile, se si impara a cercare la libertà anzitutto individuale, ma anche collettiva non nella massificazione del gruppo che deresponsabilizza, ma nell’apertura del cuore e della mente alla volontà amorevole e decisa di Dio. Il Dio di Gesù Cristo mai sottrae l’individuo alle decisioni che ineludibilmente gli spettano, ma gli si pone accanto per condividerne il peso talora gravoso e doloroso. Per far capire che vivere da cristiani, dunque da uomini veri non è «”trascinare la vita”, non è “strappare la vita”, non è “rosicchiare la vita”»[3], ma aiutare se stessi e gli altri a credere, attraverso l’amore, che essa sia così bella da sperare che debba essere almeno eterna.

Giovanni 9,1-41 (rito ambrosiano – commento di Giuseppe De Virgilio[4])

Collegata con l’affermazione di Gesù «luce del mondo» (8,12), la guarigione del cieco nato evidenzia l’arte narrativa e l’abile regia dell’evangelista. La disposizione drammatica del racconto svolge una funzione pedagogica e performativa. Si rimane colpiti dalla figura di un cieco che recupera la vista, difende l’autenticità della sua esperienza di guarigione contro il sospetto dei vicini, la pavidità dei genitori e l’arroganza sprezzante dei farisei. Solo alla fine l’uomo guarito scopre l’identità del guaritore e si affida nella fede alla sua signoria.

1E, passando, vide un uomo cieco dalla nascita 2e lo interrogarono, i suoi discepoli, dicendo: «Rabbì, chi ha fallito nella sua vita[5], lui o i suoi genitori, perché fosse generato cieco?». 3Rispose Gesù: «Né lui ha fallito né i suoi genitori, ma (è così) perché vengano manifestate, in lui, le opere di Dio. 4Quanto a noi, dobbiamo operare le opere di colui che mi ha mandato finché giorno è. Viene (poi la) notte, quando nessuno può più operare. 5 Finché nel mondo (io) sono, luce (io) sono del mondo».

6Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sui suoi occhi 7e gli disse: «Va’, lavati nella piscina di Siloám (che significa “Inviato”)». Si allontanò, dunque, e si lavò e venne e ci vedeva. 8I vicini, dunque, e quelli che lo avevano guardato attentamente prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è forse costui quello che stava seduto e mendicava?». 9Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». 10Dicevano, dunque, a lui: «Come [dunque] sono stati aperti i tuoi occhi?». 11Egli rispose: «L’uomo detto Gesù ha fatto del fango,  mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Siloám e lavati!”. Allontanatomi, dunque, e lavatomi, ho ricuperato la vista». 12E gli dissero: «Dov’è costui?». Dice: «Non so».

13Conducono dai farisei lui un tempo cieco. 14Era sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e aveva aperto i suoi occhi. 15Di nuovo dunque gli chiedevano, anche i farisei, come avesse ricuperato la vista. Ed egli disse loro: «Del fango mi ha posto sugli occhi, mi sono lavato e vedo». 16Dicevano dunque alcuni tra i farisei: «Non è, questa persona, da Dio, perché non osserva il sabato». Altri [invece] dicevano: «Come può una persona peccatrice compiere tali segni?». E divisione vi era tra di loro. 17Dicono di nuovo dunque al cieco: «Tu che cosa dici di lui, dal momento che ha aperto i tuoi occhi?». Quello disse: «È un profeta!».

18Non credettero dunque, i Giudei - a proposito di lui - che fosse cieco e che (poi) avesse recuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19E gli chiesero: «Questo è il vostro figlio, quello che voi dite fosse nato cieco? Come mai, dunque, ora vede?». 20Risposero dunque i suoi genitori: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che era nato cieco. 21Come ora ci veda, non sappiamo, o chi ha aperto i suoi occhi noi non sappiamo. Chiedetelo a lui, ha l’età; lui, a proposito di se stesso, parlerà».

22Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti avevano già stabilito, i Giudei, che, se qualcuno lo avesse riconosciuto come il Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga. 23Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età, chiedetelo a lui!».

24Chiamarono di nuovo, dunque, l’uomo che era cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che questa persona è un peccatore».

25Quegli dunque rispose: «Se è un peccatore, non (lo) so; una cosa so: ero cieco e adesso vedo». 26Gli dissero dunque: «Che cosa ti ha fatto? Come ha aperto i tuoi occhi?». 27Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato. Perché volete ascoltar(lo) di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». 28(Allora) lo insultarono e dissero: «Tu sei discepolo di lui, noi invece siamo discepoli di Mosè! 29Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; costui invece non sappiamo di dove è».

30Rispose, l’uomo, e disse loro: «(Proprio) in questo, infatti, consiste il fatto stupefacente, che voi non sapete di dove è ed egli ha aperto i miei occhi. 31Sappiamo che i peccatori Dio non (li) ascolta, ma qualora uno rispetti profondamente Dio e faccia la sua volontà, (egli) lo ascolta. 32Fin dall’eternità, non s’è (mai) sentito dire che uno abbia aperto gli occhi di un cieco nato. 33Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto fare alcunché». 34Risposero: «Tutto nei peccati tu sei stato messo al mondo e tu vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori. 35Gesù sentì dire che l’avevano cacciato fuori, e, trovatolo, [gli] disse: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?». 36Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». 37Disse a lui Gesù: «Tu l’hai visto: è proprio colui che parla con te». 38Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E si prostrò innanzi a lui. 39E disse: «In vista di un discernimento io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi». 40Ascoltarono, quelli che tra i farisei erano con lui, queste (parole) e gli dissero: «Forse, anche noi siamo ciechi?».

41Disse loro Gesù: «Se foste ciechi, non vivreste un fallimento esistenziale. Ma ora dite: “Noi vediamo” e il vostro fallimento esistenziale rimane».

v. 1: La precisazione esclusivamente giovannea del cieco «dalla nascita» ha la funzione di preparare l’interrogativo dei discepoli circa la relazione tra malattia e conseguenze del peccato (v. 2). Nelle versioni sinottiche si annoverano altre guarigioni di ciechi (cfr. Mc 8,22-26; 10,46-52 e paralleli).

v. 2: La questione posta dai discepoli richiama nella tradizione biblica il principio di retribuzione collegato allo schema legale dell’alleanza (cfr. Es 20,5; 34,7; Dt 5,9). Tale principio, che rispecchia la concezione della comune prassi sociale (cfr. Es 21,24-27; Lv 24,19-20), viene supposto o evocato in riferimento alla solidarietà di destino tra genitori e figli (cfr. Nm 14,18, Sal 79,8; Tb 3,3-5). D’altra parte nella tradizione primotestamentaria si afferma il principio di responsabilità personale (cfr. Dt 24,16; Ger 31,29-30; Ez 18,2.4.20) e si critica il teorema retribuzionista sul piano teologico (cfr. Giobbe).

vv. 3-4: La risposta di Gesù elimina il sospetto che nella malattia congenita sia implicata la responsabilità di Dio. Nel contempo si stabilisce un raccordo tra le opere di Dio e la missione del suo Inviato, che compie le opere secondo le modalità e i tempi di Dio (cfr. 5,5.14). In alcuni manoscritti – per via dell’armonizzazione con quanto segue - si trova la versione singolare («io devo operare») al posto del plurale («noi dobbiamo operare»). La versione plurale è prevalente (cfr. 3,11).

v. 5: L’autorivelazione di Cristo «luce del mondo» rimanda alla dichiarazione di 8,12. In essa si conferma l’impegno a portare a compimento la missione di rivelare l’opera salvifica di Dio Padre (3,17).

vv. 6-7: Il racconto riferisce tre gesti di Gesù: sputare (la saliva: cfr. Mc 7,33; 8,23) fare del fango (cfr. Gen 2,7) e spalmare sugli occhi. L’azione di spalmare ricorda il racconto della creazione dell’uomo ed evoca la sua condizione terrena (Gb 4,19; 10,9). Segue l’ordine di lavarsi nella piscina di Siloe (in ebraico Shiloah = inviato), luogo menzionato in Ne 3,15 e Is 8,6. Situata nell’estremità meridionale della collina ad est di Gerusalemme (nella confluenza della valle del Cedrone con quella del Tyropeon), Siloe raccoglieva le acque della sorgente di Gihon. Nella tradizione liturgica l’acqua della piscina veniva usata per i riti della festa delle capanne. Il segno del lavarsi a Siloe, collegato con il motivo della disobbedienza del popolo (cfr. Is 8,6) e dell’obbedienza del cieco (cfr. Gen 49,10b), assume una valenza messianica e battesimale (i verbi spalmare / ungere in 9,7.11 designano l’azione battesimale). Per il simbolo dell’acqua che purifica e guarisce: cfr. Lv 14,8.9; 2Re 5,8-14.

vv. 8-12: Si riporta la reazione dei vicini, che rivolgono perplessi una serie di interrogativi sull’identità dell’uomo guarito. Anche in questo caso, come per l’episodio del paralitico risanato (Gv 5,10-13) Gesù esce temporaneamente dalla scena, lasciando la persona guarita di fronte alla domanda sulla sua identità.

vv. 13-14: L’attestazione dei farisei risulta equivalente alla designazione più ampia del gruppo giovanneo dei Giudei. Nel Quarto Vangelo i farisei sono presentati da soli o associati ai capi giudei che rappresentano il fronte avversario di Gesù (cfr. 4,1; 7,32.35.47.48; 8,13; 11,46.47.57; 12,19.42). La loro stima presso il popolo (cfr. 7,32) è collegata alla conoscenza della Torah e alla capacità di interpretazione delle norme (cfr. 7,26). Solo al v. 14 si specifica la motivazione della trasgressione: impastare il fango per esercitare una medicazione a benefizio di un infermo.

vv. 15-16: Al v. 15 inizia la serie di interrogatori che coinvolgeranno l’uomo guarito (vv. 15-17.24-35) e i suoi genitori (vv. 18-23). L’interrogatorio verte su due questioni: come è avvenuta la guarigione e chi è il guaritore. Entrambe le domande hanno un comune denominatore: il giudizio sulla vera identità di Gesù. Su questo aspetto il fronte farisaico sembra dividersi. Da una parte vi sono quelli che interpretano il segno nel senso dell’atto peccaminoso, come una trasgressione della Legge (v. 16a). Per altri invece il giudizio verte sull’evento della guarigione e sulla possibilità che un peccatore possa compiere tali segni (v. 16b).

v. 17: Senza prendere una decisione, i farisei si rivolgono all’uomo guarito per conoscere il suo giudizio, poterlo deridere e neutralizzare delegittimandolo (cfr. 7,47-49). La risposta del cieco guarito è schietta: «è un profeta». Tale affermazione, che richiama anche l’esperienza della samaritana (cfr. 4,19), segna una progressione rispetto al v. 11, dove Gesù era stato definito semplicemente «un uomo».

vv. 18-19: I farisei vengono ora designati come «i Giudei» e presentati con il loro atteggiamento rigido e diffidente. L’evangelista intende sottolineare il carattere ufficiale della convocazione, che coinvolge l’ambito familiare. Oltre al livello gesuano, diversi commentatori hanno ipotizzato in questo episodio una rilettura del livello ecclesiale che registrerebbe verso la fine del I sec. d. C. la separazione tra l’istituzione sinagogale e la comunità giovannea. Tale prospettiva redazionale sarebbe confermata dall’impiego giovanneo del verbo che indica l’espulsione dalla sinagoga (cfr. 12,42; 16,2). 

vv. 20-21: Alle due domande (v. 19) poste dai Giudei i genitori rispondono confermando l’identità del loro figlio e dichiarano di non sapere «come» gli sono stati aperti gli occhi. Al v. 21 la ripetizione del verbo «non sappiamo» sottolinea la chiara volontà di distanziarsi dalle responsabilità collegate alla trasgressione della norma sabbatica e al riconoscimento della messianicità di Gesù. Tale responsabilità è attribuibile al figlio per via della sua maggior età.

vv. 22-23: L’esito dell’interrogatorio dei genitori, esplicitato dall’evangelista nelle sue motivazioni reali (la paura delle conseguenze disciplinari da parte delle autorità giudaiche), completa la caratterizzazione dei personaggi, facendo emergere sempre più chiaramente la personalità del cieco guarito e la sua attendibilità testimoniale. 

vv. 24-34: La ripresa dell’interrogatorio da parte dei Giudei ha lo scopo di far ritrattare l’uomo guarito dalle sue affermazioni. Egli è accusato di connivenza con un falso profeta. L’espressione solenne «Dà gloria a Dio!» (v. 24) richiama la formula protocollare che invita a confessare le colpe davanti a Dio (cfr. Gs 7,9; 1Sam 6,5). Il dialogo evidenzia due posizioni: da una parte la netta la negazione della messianicità di Gesù (vv. 24.26.28-29) e dall’altra il ragionamento coerente del cieco guarito (vv. 25.27.30-33). L’accenno al discepolato di Gesù provoca una reazione emotiva dei Giudei (v. 27). Rimane aperta la possibilità che l’espulsione (v. 34) sia da considerarsi un provvedimento temporaneo ovvero definitivo (espulsione dalla comunione con la fede giudaica).

vv. 35-41: L’incontro finale con Gesù completa il percorso di fede dell’uomo guarito e smaschera la situazione di fallimento religioso ed esistenziale nella quale si trovano coloro che pretendono di vedere (v. 41). Il titolo «Figlio dell’uomo» assume in Giovanni una peculiare valenza cristologica e rivelativa (cfr. 12,31-36). La professione di fede dell’uomo guarito (v. 38) rappresenta il vertice del cammino di luce del credente, simbolo del percorso battesimale.

[1] Nato a Rimini nel 1964, presbitero della Diocesi di Rimini dal 1990, è docente stabile di Antico Testamento presso la Università Pontificia Salesiana (Roma) e docente di Sacra Scrittura presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Marvelli” di Rimini. Licenziato in Scienze Bibliche presso il Pontificio Istituto Biblico, ha conseguito il Dottorato in Teologia Biblica presso la Pontificia Università Gregoriana. Il suo campo di ricerca privilegiato è il libro di Isaia e la letteratura profetica. Tra le sue monografie: Ci è stato dato un Figlio. Esegesi retorica e interpretazione teologica del Libro dell’Emmanuele (Is 6,1-9,6), EDB, Bologna 2007; La profezia dell’Emmanuele. I testi di Isaia 6-9 tra attesa e avvento della salvezza, EDB, Bologna 2014; Osea. Introduzione, traduzione e commento, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2018; (ed.), La Bibbia e le sue teologie, EDB, Bologna 2019. con X. Matoses - S. J. Puykunnel (a cura di) L’animazione biblica dell’intera pastorale, LAS, Roma 2020.

[2] J. Mateos-J. Barreto, Il vangelo di Giovanni, tr. it., Cittadella, Assisi 19953, p. 182. «Dio non sa né vuole né può fare altro che amare, poiché nel più intimo del suo essere è amore…Ama il corpo tanto quanto l’anima e la sessualità tanto quanto l’intelligenza. Il suo unico desiderio è vedere già, fin da ora e per sempre, l’umanità intera godere della sua creazione. Dio soffre nella carne degli affamati e degli umiliati della terra; si trova negli oppressi di cui difende la dignità e in quelli che lottano contro l’oppressione, di cui incoraggia gli sforzi. È sempre in noi, per “cercare e salvare” quanto noi roviniamo e guastiamo» (J. A. Pagola, la via aperta da Gesù. Giovanni, tr. it., Borla, Roma 2013, p. 62).

[3] A. Bello, Alla finestra la speranza, Cinisello Balsamo (MI) 19948, p. 173.

[4] Nato a Foggia nel 1961, è presbitero cattolico della diocesi di Termoli- Larino dal 1986. Ha conseguito il dottorato in Teologia Biblica presso la Pontificia Università Gregoriana, il dottorato in Teologia Morale presso la Pontificia Accademia Alfonsiana e la licenza in Filosofia presso la Pontificia Università Urbaniana. È professore associato di Esegesi del Nuovo Testamento e Teologia biblica presso la Pontificia Università della Santa Croce(Roma). È membro della Studiorum Novi Testamenti Societas e dell’Associazione Biblica Italiana, di cui è stato segretario (2008-2012). Rappresentante della Conferenza Episcopale Italiana per la Catholical Biblical Federation (2002-2013), è stato membro del comitato esecutivo (2008-2013). È nel consiglio di redazione di Rivista Biblica Italiana, di Bulletin Dei Verbum (CBF) e di Vocazioni. Ha in attivo diverse pubblicazioni ed ha curato alcune opere collettive, tra cui il Dizionario Biblico della Vocazione (Rogate, Roma 2007). Tra le sue opere recenti segnaliamo: L teologia biblica: itinerari e traiettorie, Messaggero, Padova 2020; Da Gesù a Paolo. Evangelizzare la gioia del Regno, Edusc, Roma 2020.

[5] Si veda la nota a 1,29.

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