a cura di Ernesto Borghi - coordinatore della Formazione Biblica nella Diocesi di Lugano
QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA
Giovanni 12,20-361 (rito romano – commento di Francesco Mosetto2)
Un incontro con i «Greci» diventa occasione per le ultime solenni dichiarazioni pubbliche di Gesù, il quale annuncia la sua prossima “glorificazione” attraverso la croce.
20Ora, c’erano alcuni Greci tra coloro che erano saliti per adorare durante la festa. 21Costoro dunque vennero da Filippo, quello di Betsàida di Galilea, e gli chiedevano: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 22Viene, Filippo, e (lo) dice ad Andrea. Vengono Andrea e Filippo, e (lo) dicono a Gesù.
23Gesù risponde loro dicendo: «È venuta l’ora in cui sia glorificato il Figlio dell’uomo. 24 In verità, in verità vi dico: qualora il chicco di grano caduto in terra non muoia, quello solo rimane. Qualora invece muoia, porta molto frutto. 25Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. 26Qualora uno sia mio servo, mi segua, e dove io sono, là sarà anche il mio servo. Qualora uno sia mio servo, il Padre lo onorerà. 27Ora la mia anima è intensamente turbata e che cosa dovrei dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono venuto a quest’ora! 28Padre, glorifica il tuo nome».
Venne dunque una voce dal cielo: «E (l’) ho glorificato e di nuovo (lo) glorificherò!». 29La folla dunque che stava in piedi e aveva sentito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha rivolto la parola». 30Rispose e disse, Gesù: «Non a causa mia c’e stata questa voce, ma a causa vostra. 31Ora c’è un giudizio di questo mondo. Ora il capo di questo mondo sarà gettato fuori. 32E io, qualora sia elevato da terra, tutti attirerò a me». 33Questo diceva per indicare di qual morte stava per morire. 34Gli rispose dunque la folla: «Noi abbiamo sentito dalla Torah che il Cristo rimane in eterno; e come (mai) tu dici che è necessario che il Figlio dell’uomo sia elevato? Chi è questo Figlio dell’uomo?». 35Disse dunque a loro Gesù: «Ancora per poco tempo la luce è tra voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi domini la tenebra. E chi cammina nella tenebra non sa in che direzione sta andando. 36Mentre avete la luce, mettetevi a credere nella luce, per diventare figli della luce». Queste cose Gesù disse, e, allontanandosi, fu nascosto a loro.
vv. 20-22: I «Greci» saliti a Gerusalemme per celebrare la Pasqua ebraica sono dei “gentili”, ossia non giudei, probabilmente degli «adoratori di Dio» che simpatizzano per il giudaismo (cfr. At 10,2; 13,16). Alcuni di loro, desiderosi di incontrare il celebre Gesù di Nazareth, si rivolgono a Filippo, che è originario di Betsaida di Galilea, una regione aperta al mondo dei gentili (cfr. Mt 4,15: «Galilea della genti»). Sia lui sia Andrea, che Filippo coinvolge, portano addirittura un nome greco. La rispettosa domanda: «Vogliamo vedere Gesù» dice il desiderio di incontrarlo personalmente.vv. 21-28a: Quando i due discepoli glielo riferiscono, anziché rispondere in modo diretto Gesù si rivolge ai presenti in tono solenne. Le sue parole riguardano l’«ora» della quale il quarto evangelista ha più volte parlato come di un momento decisivo (cfr. 7,30; 8,20; 2,4): la «sua ora», quella del passaggio da questo mondo al Padre (cfr. 13,1). Consapevole che ormai è vicina, esclama: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato». Come avverrà la sua glorificazione, lo dice con un’immagine suggestiva: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Come il chicco deve morire per produrre la spiga, così la morte di Gesù sarà feconda: il suo «frutto» infatti è la salvezza degli esseri umani (4,35-36; 15,2-8).
D’altra parte, la sua glorificazione consisterà nel conseguire come Verbo fatto carne la gloria che aveva presso il Padre fin dall’eternità (cfr. 17,1.5).Scaturisce di qui una lezione di vita per i discepoli, chiamati a seguire e imitare Gesù nel dono di sé. Essa è condensata in due lóghia che richiamano i detti sulla sequela di Mc 8,34ss parr. Il primo (v. 25) ammonisce i discepoli che, per ottenere la «vita eterna» (cfr. 3,16 ecc.), devono essere disposti a perdere la propria vita «in questo mondo». Il secondo (v. 26) promette a chi ha servito Gesù con la missione (cfr. 13,16) e lo ha seguito nel cammino della croce, che avrà parte alla sua condizione gloriosa (cfr. 17,24): «dove sono io, là sarà anche il mio servitore» (cfr. 14,3). Sarà il Padre stesso a onorarlo, così come ha glorificato Gesù (cfr. 17,22.24).
L’«ora» di Gesù è inscindibilmente quella della morte salvifica e della gloria. La prospettiva della croce lo atterrisce: «Adesso l’anima mia è turbata», agitata e sconvolta. Parole molto simili a quelle che, secondo i testi sinottici, dice nel giardino degli ulivi: «La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14,34). Anche ciò che segue richiama il racconto dei Sinottici. Gesù vorrebbe rifiutare il calice amaro della sofferenza (cfr. Lc 22,42): «Che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora?». Superando l’istintiva ribellione della sua volontà umana, egli aderisce come Figlio obbediente al disegno del Padre: «…ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome» (cfr. Mc 14,36 parr.). Tutta la sua missione tendeva a questo compimento, ed è in quest’«ora» che il Padre manifesta la sua «gloria», ossia la sua presenza potente e salvifica.
vv. 28b-33: Alla voce del Figlio risponde «dal cielo» la voce del Padre: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». Dio ha glorificato il suo «nome» nella totalità dell’«opera» compiuta dal Figlio (cf.r 17,4.6.26), in particolare mediante i «segni» (cfr. 9,3; 11,40). In un futuro prossimo Dio glorificherà il suo «nome» con l’esaltazione celeste del Figlio (cfr. vv. 23.31-32; 17,1), che è il presupposto del dono dello Spirito (cfr. 7,39; 16,7; 20,22), ma altresì delle «opere» che i discepoli compiranno «nel nome» di Gesù e mediante le quali il Padre sarà «glorificato nel Figlio» (14,13). La «folla» ha ascoltato la «voce dal cielo», ma senza capire. Alcuni l’hanno presa per un tuono, classico simbolo della voce di Dio (cfr. Es 19,16). Altri commentano: «Un angelo gli ha parlato»: spesso nella tradizione biblica e giudaica l’angelo è mediatore tra Dio e l’essere umano. Gesù spiega: più che a lui, la voce dal cielo è diretta ai presenti, affinché possano comprendere ciò che sta per accadere. «Ora», attraverso la sua stessa morte, si realizza l’esaltazione del Figlio dell’uomo e la sconfitta di Satana. Il «giudizio di questo mondo» consiste nel fatto che il «mondo», sul quale dominano le potenze ostili a Dio, è definitivamente condannato (cfr. 16,8-11). Il «principe di questo mondo», ossia Satana, è sconfitto; con immagine apocalittica, viene precipitato (cfr. Lc 10,18; Ap 12,9; 20,1-6).
Gesù, al contrario, sarà «innalzato». L’espressione è ambivalente: essa indica sia l’essere posto in alto sulla croce (v. 33; cfr. 3,13-14; 8,28) sia l’esaltazione nella gloria celeste (cfr. 17,1.5). Una volta «innalzato», egli attirerà a sé tutti gli esseri umani, ma in modo efficace coloro che hanno guardato a lui con sguardo di fede (cfr. 3,14); dopo che li ha preceduti nella casa del Padre, li porterà con sé e li farà partecipi della sua condizione gloriosa (cfr. 14,2-3.19; 17,24). Il commento dell’evangelista sottolinea il primo aspetto dell’esaltazione: «Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire» (cfr. 18,32).
vv. 34-36: Ancora una volta, gli uditori non comprendono. Appellandosi alle Scritture, muovono un’obiezione: se è vero che il Messia «rimane in eterno» – questa idea può poggiare su testi quali Is 9,6 e Sal 110,4 – come è possibile affermare che «il Figlio dell’uomo deve essere innalzato» (sulla croce)? Ma, allora, «chi è questo Figlio dell’uomo?»: quello che secondo Daniele viene sulle nubi del cielo (cfr. Dn 7,14), dunque un Messia glorioso? Oppure quello del quale Gesù afferma che dev’essere innalzato?
Nuovamente Gesù non risponde in modo diretto. Non è più tempo di discutere, ma di decidere. Le ultime parole che egli rivolge ai «Giudei» sono un ammonimento e un appello alla fede: «Ancora per poco tempo la luce è tra voi…». La «luce del mondo» (8,12) è Gesù stesso, che rimarrà tra gli uomini soltanto ancora un po’ di tempo, perché sta per ritornare a colui che lo ha mandato. Di qui la duplice esortazione: «Camminate mentre avete la luce!»; «mentre avete la luce, credete nella luce!». In altri termini, non rendete vana la presenza di Colui che è «la luce», lasciatevi illuminare da lui, credete in lui! Il rischio è di essere sorpreso dalle tenebre così da smarrire la strada o di inciampare e cadere. Coloro, invece, che si aprono a Cristo «luce» non solamente non rimangono nelle tenebre, ma diventano «figli della luce» (cfr. 1Ts 5,5; Ef 5,8): la loro persona ne è illuminata, non camminano nelle tenebre, perché hanno «la luce della vita» (8,12).
Al termine dell’ultimo dialogo con i «Giudei», Gesù si allontana e «si nascose loro»; non per sfuggire a un pericolo (cfr. 8,59), bensì mettendo fine a una discussione che è risultata sterile.
Giovanni 11,1-45 (rito ambrosiano – commento di Nicoletta Gatti3)
L’episodio della risurrezione di Lazzaro funge da cerniera tra la prima parte del Vangelo (1-12) e la seconda (13-20); tra il ministero di Gesù e la sua Pasqua di morte-risurrezione. La risurrezione di Lazzaro è, infatti, ironicamente indicata da Giovanni come la causa immediata dell’arresto di Gesù (12,10-11), l’evento che provocherà l’irrompere dell’ora di Dio nella storia umana.
Anche in questo contesto Giovanni sostituisce la narrazione con i dialoghi tra Gesù e i suoi discepoli: Tommaso, Marta e Maria. La scelta del genere dialogico non è casuale, ma rappresenta un invito ai lettori di ogni tempo ad intraprendere un cammino per operare una scelta esistenziale: l’adesione nella fede al Signore che conduce alla Vita (cfr. 11,45) o il rifiuto della sua persona, che provoca un’onda di violenza e morte (cfr. 11,46-53).
1C’era, malato, un certo Lazzaro di Betània, del villaggio di Maria e di Marta sua sorella. 2Maria era quella che aveva unto di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello, Lazzaro, era malato. 3Mandarono dunque (qualcuno) a lui, le sorelle, per dirgli: «Signore, vedi, colui che tu ami è malato». 4Sentito (ciò), Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per mezzo di essa venga glorificato il Figlio di Dio».
5Gesù voleva bene a Marta a sua sorella e a Lazzaro. 6Come dunque ebbe sentito che era malato, allora rimase due giorni nel luogo dove si trovava. 7 Poi, dopo ciò, dice ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
8A lui i discepoli dicono: «Rabbì, ora cercavano di lapidarti i Giudei e di nuovo tu vai là?». 9Rispose Gesù: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina nel giorno, non inciampa, perché la luce di questo mondo (egli) vede; 10se invece uno cammina nella notte, inciampa, perché la luce non è in lui4».
11Queste cose disse e, dopo queste cose, dice loro: «Lazzaro, il nostro amico, si trova addormentato; ma (io) vado per risvegliarlo dal sonno». 12Gli dissero dunque i suoi discepoli: «Signore, se si trova addormentato, sarà salvato». 13Aveva parlato, Gesù, della morte di Lazzaro5, essi invece pensarono che egli parlasse del riposo del sonno. 14Allora dunque disse loro, Gesù, apertamente: «Lazzaro è morto 15e io gioisco per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Ma andiamo da lui!». 16Disse dunque Tommaso, chiamato Dìdimo, ai condiscepoli: «Andiamo anche noi per morire con lui!».
17Venne dunque Gesù e lo trovò che era già da quattro giorni nel sepolcro. 18Era, Betània, vicina a Gerusalemme: all’incirca quindici stadi6. 19Molti fra i Giudei erano venuti da Marta e Maria per confortarle a proposito del fratello. 20Marta dunque, non appena sentì che Gesù viene, andò incontro a lui; Maria invece, stava seduta in casa. 21Disse dunque Marta a Gesù: «Signore, se (tu) fossi stato qui, non sarebbe morto mio fratello! 22[Ma] anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la darà». 23Dice a lei Gesù: «Risusciterà tuo fratello». 24Dice a lui Marta: «So che risusciterà nella risurrezione nell’ultimo giorno». 25Disse a lei Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; colui che crede in me, anche se muore, vivrà; 26e chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». 27Dice a lui: «Sì, Signore, io ho creduto e credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che viene nel mondo».
28Dopo aver detto ciò, se ne andò e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29Quella, non appena ebbe sentito, si alzò in fretta e andava da lui. 30Non era ancora venuto Gesù nel villaggio, ma era ancora nel luogo dove Marta gli era andata incontro. 31I Giudei dunque che erano con lei in casa e che la confortavano, quando videro che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono pensando che andasse al sepolcro per piangere là. 32Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vedendolo cadde ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, non sarebbe morto mio fratello!». 33Gesù, dunque, quando vide lei piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nel suo intimo, si turbò notevolmente 34e disse: «Dove l’avete posto?». Gli dicono: «Signore, vieni e vedi!». 35Gesù pianse. 36Dicevano dunque i Giudei: «Vedi come gli voleva bene!». 37Ma alcuni di loro dissero: «Non poteva, costui che ha aperto gli occhi del cieco, anche far sì che questi non morisse?».
38Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, va al sepolcro; era una grotta e una pietra vi giaceva sopra. 39Dice Gesù: «Togliete la pietra!». Dice a lui la sorella del morto Marta: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è il quarto (giorno)».
40Dice a lei Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora levò gli occhi in alto e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. 42Io sapevo che sempre mi ascolti, ma a motivo della folla che (mi) sta attorno, l’ho detto affinché credano che tu mi hai mandato».
43E, detto questo, a voce grande gridò: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Uscì, il morto, legato nei piedi e nelle mani con bende e il suo volto era avvolto da un sudario. Dice a loro Gesù: «Scioglietelo e lasciate che egli vada».
45Molti dunque tra i Giudei che erano venuti da Maria e che avevano ammirato quanto (Gesù) aveva fatto, credettero in lui.
vv. 1-4: Il brano inizia raccontando un ritardo, un ritardo che provoca una reazione non solo in Marta e Maria (vv. 21.32) e nei presenti (v. 37), ma in ogni lettore chiamato a confrontarsi con domande radicali: come può la morte essere compatibile con la vita eterna, ripetutamente promessa (cfr. 1,12; 3,16; 5,24; 6,50. 51; 10,10) a coloro che riconoscono in Gesù, il Signore (cfr. 9,10)? E ancora: Che cos’è la morte? La prova dell’assenza di Dio o il luogo della manifestazione della sua presenza, della gloria? Per rispondere a queste domande, i dialoghi in cui è articolato il testo esplorano i diversi atteggiamenti verso la morte: la speranza di prevenirla, evitando i rischi connessi (cfr. vv. 8.21); la negazione della morte stessa (cfr. v. 12); il lutto (cfr. vv. 19.31) e la fede in un Dio presente persino nella morte (cfr. v. 40).
vv. 5-16: Il primo dialogo è introdotto da una nota del narratore che caratterizza i protagonisti del racconto — Marta, Maria e Lazzaro — come persone amate da Gesù. Eppure, alla notizia della malattia di Lazzaro, egli non agisce. Quando, finalmente, decide di partire, Lazzaro è morto da giorni. L’incongruenza tra amare e agire destabilizza non solo i discepoli ma anche i lettori che sono costretti a porsi domande inquietanti: perché aspettare? Perché lasciare che la morte prevalga? Perché Dio non interviene subito di fronte ai bisogni dell’essere umano?
Gesù non si giustifica, ma scuote discepoli e lettori con un’enigmatica affermazione: «Lazzaro è morto e io gioisco per voi di non essere stato là, perché voi crediate» (v. 15). La reazione dei discepoli all’annuncio della partenza (v. 8), ricorda al lettore il rapporto conflittuale con le autorità religiose, giunto ormai ad un punto di rottura (cfr. 8,59-10,31). L’uso metaforico dei concetti noti di ‘luce e tenebre’ svela la natura del viaggio: si avvicina il momento in cui le tenebre cercheranno di spegnere la luce senza tuttavia riuscirvi (cfr. 1,5). I discepoli devono, dunque, continuare a camminare nella luce (cfr. 8,12.24; 9,4-5) per evitare di essere deviati dalla paura delle tenebre e dallo scandalo della notte. Se vissuta nella sequela della luce, persino la morte di Lazzaro può generare un cammino di fede.
È interessante in questo contesto soffermarci sul gioco di parole: «Lazzaro… si trova addormentato; …vado per risvegliarlo dal sonno» (v. 11); dopo l’incomprensione iniziale, il lettore prenderà progressivamente coscienza che il vero risveglio non sarà quello operato in Lazzaro ma nei discepoli, chiamati da Gesù a crescere nella fede. La rianimazione fisica del corpo di Lazzaro è soltanto un segno che punta verso una realtà molto più grande. Non si tratta unicamente del dogma della risurrezione escatologica, ma della Vita eterna già sperimentabile nell’adesione credente al Figlio, inviato dal Padre per donare la vita persino nella morte. Il commento conclusivo di Tommaso crea un rapporto tra la morte di Lazzaro e la morte di Gesù (v. 16); entrambe manifestano la gloria, la presenza salvifica di Dio. La ‘gloria’ di Gesù dischiusa dai segni, verrà manifestata pienamente nella croce (cfr. 12,28.32).
vv. 17-27: Il secondo dialogo è con Marta. All’annuncio dell’arrivo di Gesù, la donna lascia la casa, luogo del lutto, e corre incontro al Maestro. Come la madre di Gesù a Cana (cfr. 2,3.5), Marta non soltanto articola il problema ma enuncia la propria fede (cfr. v. 22): crede in Gesù e professa con lui la fede nella risurrezione dell’ultimo giorno.
Eppure, poco dopo, all’ordine del Maestro di togliere la pietra dal sepolcro, Marta esita (v. 39). Il suo dubitare offre all’evangelista l’occasione per introdurre la rivelazione piena della persona di Gesù. Il Padre non ha creato la morte perché è il Dio della vita: chi aderisce a lui sperimenta già la vita eterna e non dovrà temere la morte. La comunione con il Figlio, risurrezione e vita, non è dunque soltanto garanzia della resurrezione futura ma permette di vivere nella risurrezione qui e ora, trasfigurando il quotidiano. Si tratta di una scelta di fede.
Forse per questo, Gesù non offre a Marta un “dogma”, ma una rivelazione di se stesso che sollecita una risposta personale: «Credi tu questo?» (v. 26). La fede, infatti, non scaturisce da un’adesione intellettuale ma da una trasformazione del cuore e della vita. La risposta diretta di Marta — «Sì, Signore, io credo…» — è il culmine della confessione credente e anticipa la conclusione stessa del Quarto Vangelo (cfr. 20,28). Marta riconosce Gesù come il Messia, il Figlio di Dio e l’inviato del Padre (cfr. v. 27).
La “confessione” di Marta non segue il segno ma lo anticipa: è pronunciata prima della risurrezione di Lazzaro, quando il potere di Gesù sulla morte non si è ancora manifestato. Proprio per questo rappresenta il cardine del racconto: come Marta, il lettore non deve fissare lo sguardo sul miracolo — la resurrezione di una vita che si concluderà comunque con la morte — ma sulla rivelazione di Colui che è la vita, nonostante si appresti a morire su una croce.
vv. 28-38: Come la donna samaritana, Marta non trattiene per sé l’esperienza dell’incontro, ma manda a chiamare la sorella. Non lascia Maria nella casa del lutto; si rende voce della Parola e la conduce all’unico Maestro (v. 28). All’inizio del racconto, Maria è già stata introdotta ai lettori con un’anticipazione di ciò che accadrà sei giorni prima della Pasqua, l’unzione di Gesù (cfr. 12,1-3). Mentre il vangelo secondo Luca sembra contrapporre le due sorelle (10,38-42), Giovanni ne mostra la complementarità esemplare: insieme, le due sorelle rivelano il significato della morte in croce di Gesù: l’amore (cfr. 13,1). Se le parole di Marta dischiudono l’identità del Maestro e sfidano il discepolo di ogni tempo a continuare a credere che egli è la Vita anche quando contempleranno il suo fianco squarciato (cfr. 19,35), l’azione di Maria rivela come partecipare alla morte del Cristo: attraverso il dono radicale del proprio essere.
All’annuncio di Marta, anche Maria esce dal lutto e si pone in cammino verso Gesù. Valorizzando il senso letterale del verbo greco ‘egeirō, potremmo tradurre che Maria risuscitata dalle parole della sorella, corre ad incontrare il Cristo (cfr. v. 29). Ripetendo le parole di Marta, Maria sembra reiterare lo sgomento ed il dolore dell’umanità di fronte al mistero della morte (cfr. v. 32).
Gesù non dialoga con Maria ma agisce. La traduzione letterale del testo greco, «fremette nel suo intimo e si turbò notevolmente» (v. 33), spiega lo sconvolgimento di Gesù come una reazione segnata dalla collera davanti al regno della morte. Il moto d’ira e il pianto di Gesù offrono una prima risposta al dolore umano: la risposta di un Dio che non ha creato la morte, e si rattrista per questa sconfitta al progetto di vita e di benedizione a cui l’umanità era stato destinata. Gesù, tuttavia, non si ferma alla collera e al pianto: agisce. Il Figlio non è stato inviato, infatti, ad insegnarci la rassegnazione, ma a combattere il male e a vincerlo.
vv. 39-44: L’atto conclusivo focalizza l’attenzione dei lettori su Gesù solo, sulla sua preghiera di fiducia e ringraziamento al Padre e sul suo grido diretto all’essere umano: «Lazzaro vieni fuori» (v. 43). La preghiera di Gesù ha un valore testimoniale per tutti, presenti e lettori; esprime il suo rapporto con il Padre, e la fiducia totale che lo lega a lui. Come è usuale nel Quarto Vangelo, Gesù non permette alcuna falsa interpretazione delle sue opere e del suo potere: le opere rivelano il Padre perché egli è la sorgente dell’agire di Gesù.
La narrazione sposta l’attenzione del lettore sulla figura di Lazzaro, descrivendolo come prigioniero della morte, legato mani e piedi. Il potere di Gesù è il potere di sciogliere le catene, di donare libertà e rimettere in cammino (cfr. v. 44).
Concludendo il libro dei ‘segni’, Giovanni segnala al lettore che per trovare risposta alla domanda straziante sulla morte, bisogna cercare Gesù, entrare in dialogo con lui e credere che persino nei sepolcri che imprigionano e soffocano la vita, Dio è risurrezione e vita. Nel Figlio, Dio si fa solidale con l’uomo, scende nella sua prigionia, entra nei sepolcri che la storia continua a edificare, per aprirli e sconfiggere la morte.
La morte continuerà ad essere presente nella storia umana, ma il Figlio mandato dal Padre offre, a chi aderisce a lui, la certezza che la morte non avrà l’ultima parola: nel chicco di grano che muore sotto la terra, l’occhio credente può già contemplare il germoglio di una creazione nuova (cfr. 12,24).
Per confrontarsi globalmente con il vangelo secondo Giovanni, può essere molto interessante ascoltare questa conversazione della pastora Lidia Maggi (Cinisello Balsamo/MI, parrocchia San Pio X, 21 febbraio 2016)
1 La lettura liturgica si interrompe il testo al v. 33: per completezza formativa, il nostro commento arriva sino al v. 33.
2 Presbitero cattolico, nato a Rivarolo Canavese (TO) nel 1938, è docente emerito di esegesi e teologia del Nuovo Testamento della Pontificia Università Salesiana, sezione di Torino. Tra le sue pubblicazioni: Lettura del Vangelo secondo Luca, LAS, Roma 2003, 2009 (II ediz. rinnovata); Padre nostro. Breve commento biblico-patristico, Messaggero, Padova 2007; Lettura degli Atti degli Apostoli, Elledici, Torino 2009; “Attende tibi et doctrinae…” (1 Tm 4,16). Studi neotestamentari, LAS, Roma 2010; Lettere di San Paolo - I. Lettere ai Tessalonicesi. Lettere ai Corinzi; II. Lettere ai Filippesi, ai Galati, ai Romani; III. Lettere ai Colossesi, agli Efesini, a Timoteo, a Tito, a Filemone, Elledici, Torino 2010-2012; Vangelo di Giovanni, Elledici, Torino 2013; Lettera agli Ebrei. Lettere di Giacomo, di Pietro, di Giuda, Elledici, Torino 2014; Risonanze bibliche del Vangelo di Marco. Saggi di esegesi canonica, LAS, Roma 2020; Marco nella sinfonia delle Scritture, Queriniana, Brescia 2021.
3 Nata a Rovereto (TN) nel 1961, dopo la licenza in Scienze Bibliche al Pontificio Istituto Biblico, ha insegnato Sacra Scrittura in Etiopia. Nel 2006 ha conseguito il dottorato in Teologia Biblica presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma con una dissertazione intitolata Perché il piccolo diventi fratello. La pedagogia del dialogo nel cap. 18 di Matteo (PUG, Roma 2008). Attualmente vive in Ghana, dove si dedica all’insegnamento universitario nei campi dell’ermeneutica africana e teologia biblica (Department for the Study of Religions, University of Ghana, Legon) e al dialogo interreligioso, con un’azione formativa sia a carattere accademico che pastorale. Tra i suoi scritti in lingua italiana vi sono alcuni contributi nei libri di E. Borghi, Il mistero appassionato. Lettura esegetico-ermeneutica del vangelo secondo Marco, EMP, Padova 2011; Id., La gioia del perdono. Lettura esegetico-ermeneutica del vangelo secondo Luca, EMP, Padova 2012. Le sue pubblicazioni in lingua inglese riguardano la lettura interculturale dei testi biblici nel contesto culturale ghanese. Ha recentemente edito con George Ossom-Batsa e Rabiatu D. Ammah, Religion and Sustainable Development: Ghanaian Perspectives, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2018.
4 Il parallelo tra il camminare nel giorno e il camminare nella notte diventa, nel v. 10, simbolico: non è più in questione la luce naturale del giorno o del sole. L’accento è, per il credente, nella luce interiore, cioè la parola di Gesù, dalla quale egli è guidato.
5 La morte di Lazzaro. In greco, invece del nome proprio, c’è il pronome: la morte di lui.
6 Quindici stadi: all’incirca 3 o 4 chilometri.
7 Lo stare seduti è espressione del lutto. Si veda, al riguardo, Ez 26,26; Lam 2,10; Giona 3,6; Gb 2,13. Diversa è la reazione di Marta che si allontana dalla sorella per andare incontro a Gesù (cfr. J. Zumstein, L’Evangile selon saint Jean, Labor et Fides, Genève 2014, p. 372).
8 La forma verbale greca indica un’azione compiuta nel passato e che conserva un valore definitivo. Marta ha messo la sua piena fiducia in Gesù e questa sua attitudine rimane per sempre.
9 C’è una leggera differenza, in greco, tra i vv. 21 e 32. Marta diceva: “non sarebbe morto il fratello di me”. Quanto alla formulazione di Maria, in greco c’è lo spostamento del pronome personale: “di me non sarebbe morto il fratello”.
10 Nel suo intimo. Letteralmente nello spirito.