Per la riflessione che qui desideriamo portare avanti, non servono molti approfondimenti astratti. Possiamo attingere dalla nostra esperienza quotidiana, per sperimentare quanto, in fondo, il timore sia presente in molte situazioni di quanto viviamo. È come se il pericolo fosse in agguato in ogni ambiente della nostra vita quotidiana: abbiamo paura per la nostra salute, siamo intimoriti di avere una malattia, veniamo messi in difficoltà dall’idea che un imprevisto grave potrebbe distruggere le nostre certezze. “In caso di emergenza…”, “Se dovesse capitare”, “Assicurazione sulla vita”: il nostro linguaggio si è fatto ipotetico, l’agire traballante, la volontà confusa. Se fino a qualche anno fa il futuro è segno di progresso, di fiducia, di crescita ora non è più così. L’uomo si presenta sfiduciato davanti ai numerosi pensieri che coinvolgono la propria mente, le preoccupazioni, nella loro ciclica presenza, gravano sulla ciò che facciamo ogni giorno. Questa tendenza appesantisce il futuro in ogni fase della vita: dall’infanzia, la paura della separazione dei genitori o della loro indifferenza; nella giovinezza, quella di non riuscire nello sport o di non essere all’altezza delle richieste dell’istituzione scolastica; nell’età adulta: le paure affettive con il marito/ moglie e professionali; nell’età dell’anzianità: la paura della sofferenza, della morte o della solitudine. La vita umana è normalmente protesa nel futuro a motivo del suo essere nella “temporalità”: che sia o meno nostro desiderio, siamo inseriti nel tempo che trascorre e che ci pone dinanzi ad un passato, un presente, un futuro. Nel clima di sfiducia attuale però, il futuro è sempre più la fonte della nostra inquietudine. Questa è continuamente alimentata dalla rapidità delle informazioni che ci pervengono per mezzo dei numerosi strumenti mediatici, che vedono un’umanità costantemente connessa. Veniamo informati e impauriti dalla meteo nelle Filippine, dalla crisi economica in USA o dagli scontri bellici in Ucraina. Si sta creando una necessità di paura, anche a motivo di un sistema economico che basa sull’incertezza del futuro numerosi servizi (assicurazioni, garanzie, interessi…). Della paura siamo sempre più assetati, e corriamo in una non meglio precisata ricerca di ciò che può fornirci l’ansia del momento. Davanti ad una società, quella occidentale, che assume questo profilo viene da porsi una domanda alla quale ne consegue una seconda. La prima è: quanta paura ci serve per vivere? Riferiamo questa lettura sociale alla fede cristiana, che fa scaturire una seconda domanda: come il cristiano si pone davanti a questa società impaurita? La domanda non è banale, la Sacra Scrittura riporta l’invito a non avere paura trecentossessantasei volte, quasi a significare un ricordo per ogni giorno. Il baricentro cambiato, prima si aveva paura di morire – oggi si ha paura di vivere, presuppone la questione. Non si vuole trovare una soluzione facile ed immediata, però è importante sottolineare come la fede, in questa società, può proprio presentarsi come la risposta concreta ad un malessere generale determinato da queste situazioni di incertezze. Molti scienziati sociologi e filosofi sono riusciti a descrivere la condizione attuale come “postmoderna”, “liquida”, “frammentata”. Qualcuno ha addirittura ipotizzato l’ormai imminente fine del mondo. Il cristiano, in questa giungla di paure, può esprime la speranza e la fiducia che possono venire solamente dal riconoscersi figli di Dio. Il mondo non riesce a dare quella sicurezza che l’uomo necessita. Non è spostare tutta l’attenzione alla vita eterna… ma piuttosto gustare una vita diversa già nell’esperienza terrena. Infatti Gesù promette il centuplo già su questa terra (Mt 19,29). Questo vale già se consideriamo il valore della speranza che ci è donata. Vivere rafforzati da una speranza che può venire solo da un altro posto… che non sia il mondo. Perché il mondo abbiamo visto, non riesce a darla. E allora… vale la pena di uscire dalla paura. Non abbiamo bisogno di paura. Ma piuttosto di speranza.
di Don Emanuele di Marco