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Padre Cervellera lascia "AsiaNews" per la missione a Hong Kong. L'intervista

Sulla Cina una delle poche voci «fuori dal coro» è padre Bernardo Cervellera, di passaggio in Ticino nei giorni scorsi, ospite al Collegio Pio XII a Breganzona, dove lo abbiamo raggiunto per intervistarlo. Cresciuto a Sesto San Giovanni, nell’hinterland milanese, missionario del PIME (Pontificio Istituto Missione Estere) e giornalista, Cervellera è uno dei maggiori conoscitori al mondo sia della Cina che del Vaticano. Dal 1995 al 1997 ha insegnato all’università di Pechino (Beida) come docente di Storia della Civiltà occidentale, dal 1997 al 2002 è stato direttore di «Fides», l’agenzia di informazione internazionale del Vaticano, divenuta sotto la sua guida un autorevole organo giornalistico molto apprezzato dai media mondiali. Da quasi un ventennio è direttore dell’agenzia giornalistica «Asia News», incarico che lascerà ad agosto, dopo 18 anni di servizio per l’informazione e la libertà di parola e stampa sull’asse Europa-Asia, tornando a fare il missionario a Hong Kong.

Padre Cervellera, come ha vissuto questi anni nel giornalismo?

«La missione nel giornalismo è stata per me come quella vissuta da San Paolo: oltre alle fatiche, alle difficoltà, alle persecuzioni, lui dice che c’è la sollecitudine per tutte le Chiese. Ad “Asia News” abbiamo sempre a cuore il destino delle Chiese: abbiamo alzato la voce per la libertà religiosa, abbiamo levato la voce per quelli che erano perseguitati, per quelli che erano in prigione, per quelli che erano affamati. Lo abbiamo fatto, ad esempio, con la campagna per l’Iraq per i profughi di Mosul nella quale anche tante persone dalla Svizzera ci hanno dato una mano».

C’è una storia che porta nel cuore più di altre?

«Una delle storie più belle è sicuramente l’amicizia che ho avuto con il cardinale vietnamita Van Thuan che ha trascorso undici anni in prigione, di cui otto in isolamento. Un lungo tempo che il cardinale è riuscito a vivere non come una frustrazione della sua libertà ma come il luogo in cui esercitare la sua missione. Una testimonianza che è addirittura arrivata al cuore delle guardie carcerarie, fino al punto che il governo aveva imposto di cambiarle ogni tre mesi per la paura che queste si convertissero al cristianesimo».

Tra il 1990 e il 1997 ha vissuto in Cina. Di cosa si occupava esattamente?

«Bisogna tenere presente che chi parte come missionario non lo fa mai ufficialmente perché la Cina non permette il visto a missionari stranieri: il governo vuole costruire una Chiesa nazionale e quindi tutti i missionari sono lì come direttori di Ong, in particolare come insegnanti. Io ho dunque insegnato inglese e italiano; poi ho avuto anche un ruolo come professore all’università di Pechino, dove insegnavo Storia della civiltà occidentale. Un incarico che ho potuto svolgere per poco tempo, perché presto la polizia ha scoperto la mia identità di sacerdote e quindi, diciamo così, mi ha invitato a lasciare il Paese. Al personale religioso è vietato partecipare all’educazione perché è unicamente faccenda dello Stato».

E adesso che cosa andrà a fare ad Hong Kong?

«È molto difficile dire cosa andrò a fare, posso dire quello che non andrò a fare. Dopo la legge sulla sicurezza nazionale che è stata varata l’anno scorso voluta da Pechino per Hong Kong, è infatti poco probabile che io possa esercitare il lavoro giornalistico: basta infatti una parola di critica oppure qualche parola fuori posto per essere accusati di terrorismo o di cospirare contro il regime cinese. È molto pericoloso il mestiere del giornalista, quindi penso che farò un lavoro pastorale: quello che mi spinge a tornare ad Hong Kong è il desiderio di portare speranza ai giovani che in questo momento ne hanno tanto bisogno».

Cosa ci dice in merito agli accordi tra Cina e Vaticano? Se non sbaglio lei si era mostrato critico…

«Io non ho levato la voce critica, ho però sempre espresso scetticismo. Nell’accordo c’è qualcosa di buono che permette ai vescovi di non essere dei prelati scomunicati ma di appartenere alla comunità cattolica, come ha detto papa Francesco anche se non si sa bene come, visto che gli accordi non sono pubblicati. Il problema sono tutti gli altri temi che non sono stati affrontati e che probabilmente il Vaticano sperava di affrontare in seguito: si pensava che la Chiesa cosiddetta “non riconosciuta” smettesse di essere perseguitata; inoltre c’è il blocco dell’evangelizzazione fuori dalle mura delle parrocchie. Dalle voci che mi sono giunte, so che anche in Vaticano c'è chi comincia ad avere dei dubbi sul valore di questo accordo».

Come vede il futuro?

«Bisogna lavorare per la libertà della Chiesa e delle religioni. È giusto che le comunità cristiane e anche le altre comunità, come quella Taoista e Buddista, abbiano la piena espressività dentro la società cinese. Ma questo non soltanto per i diritti umani ma anche perché nella società cinese c’è sempre più disamore alla vita: bisogna ritornare a voler bene alla vita e come si fa se non si ha un senso religioso? Le religioni possono veramente ridare speranza alla Cina. I cinesi hanno bisogno di motivi per vivere e questi motivi non sono più ormai i soldi, il benessere, la casa e la tranquillità».

Francesco Muratori

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