Esattamente un anno dopo don Italo Molinaro, è ora il suo alter ego evangelico, il 57enne grigionese Paolo Tognina, a lasciare gli incarichi che riveste alla RSI per dedicarsi alla comunità riformata di Poschiavo e di Brusio, della quale è peraltro già pastore a tempo parziale dallo scorso settembre. Da ieri - 1. luglio - occupa questa carica a tempo pieno, anche se alla RSI manterrà almeno per un anno un mandato di supervisione sui programmi evangelici e continuerà a presentare la rubrica «Segni dei tempi». A succedergli alla RSI è la giornalista Lucia Cuocci.
Paolo Tognina, come mai, dopo più di 20 anni di giornalismo, ha deciso di lasciare questa attività per assumere un incarico pastorale?
È andata così: il pastore di Poschiavo Antonio Di Passa aveva deciso improvvisamente di andarsene nell’agosto dello scorso anno, sorprendendo un po’ tutti. Allora il presidente della comunità, Luca Compagnoni, mi ha chiamato chiedendomi se quel posto diventato libero potesse interessarmi. Questo mi ha molto stuzzicato, perché ovviamente mi toccava su un punto sensibile. Infatti ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto tornare un giorno nella mia terra (anche perché mia mamma vive a Brusio). Assumere un ruolo e un incarico ben precisi è stata un prospettiva molto stimolante. Ho riflettuto a lungo, per ben due mesi, e ho finito per accettare!
Che cosa ha significato per lei essere giornalista evangelico in un territorio a stragrande maggioranza cattolica? Ha comportato particolari difficoltà?
No, non direi, anche se ogni tanto qualche mio intervento ha suscitato reazioni di disapprovazione dal palazzo vescovile, ma i toni sono sempre stati amichevoli, visti i rapporti che mi legavano in particolare al vescovo mons. Grampa, che conoscevo bene da quando lui era rettore del Collegio Papio di Ascona e io ero insegnante di religione. Inoltre, riferendomi in particolare a un ente di servizio pubblico qual è la RSI, devo dire che non ho mai pensato di fare il giornalista evangelico, ma il giornalista tout court che si occupa di questioni religiose, tanto è vero che alla mia Chiesa ho sempre detto di non essere il suo portavoce. Quindi niente proselitismo e nessuna visione unilaterale delle cose.
La trasmissione domenicale di Rete uno «Chiese in diretta» è la prima esperienza di una redazione ecumenica nella Svizzera italiana. Come valuta questa collaborazione tra colleghe e colleghi evangelici e cattolici?
Devo dire innanzitutto che ho sempre creduto nella necessità di fare un discorso sulle religioni e sulle confessioni aperto, di confronto, non schierato, e per questo «Chiese in diretta» è stata una piattaforma ideale. Detto questo, recentemente a Poschiavo ho incontrato delle persone che ascoltano regolarmente la trasmissione e che sentivano un po’ la mancanza di don Italo, che per molti anni è stato corresponsabile con me della trasmissione. Questo per dire quanto sia importante la presenza di un prete, e anche contemporaneamente di un pastore, perché per molti, magari a un livello forse solo simbolico, questo riveste un grande significato. Ora, non ci sarà più né l’uno né l’altro, la redazione sarà laica, con una maggioranza di donne, il che è anche un bene. Per rispondere alla sua domanda, devo dire che è stata una bellissima esperienza, che mi ha insegnato molto. Forse avremmo potuto imparare anche di più, essere un po’ più curiosi gli uni degli altri, uscire di più dai nostri «recinti» confessionali.
Che cosa le mancherà di più di questa sua lunga esperienza giornalistica?
Mi mancherà soprattutto il fatto di non poter più soddisfare la mia curiosità andando a interpellare personalità di spicco che hanno lasciato il segno, come ad esempio la teologa e vescova tedesca Margot Kässmann, oppure Moni Ovadia, Vito Mancuso, Enzo Bianchi e tanti altri da cui ho imparato molto. Questo è stato uno degli aspetti più affascinanti della mia attività giornalistica.
Si afferma continuamente che le Chiese sono in crisi, una crisi da cui non sfugge nemmeno il protestantesimo. Anch’esso, perlomeno in Europa occidentale e in Svizzera, registra infatti un notevole calo di fedeli. Come vede il ruolo del pastore in questa situazione?
Direi che dipende molto dalla comunità. Sarà un caso felice, ma sono rimasto colpito dallo stato di salute di quella di Poschiavo, che è abbastanza giovane e ha una vita comunitaria molto viva: c’è una quantità impressionante di iniziative, di progetti. Per me è stata una bella sorpresa che mi incoraggia, anche se ovviamente non vuol dire che globalmente, guardando sia ai Grigioni sia altrove, non ci sia preoccupazione, talvolta persino ostilità nei confronti delle Chiese.
Queste ultime, da parte loro, dovrebbero però uscire dalla loro torre d’avorio, calarsi tra la gente e utilizzare un linguaggio più vicino alle persone, per non parlare degli scandali e delle contro-testimonianze ai quali purtroppo assistiamo e che ledono profondamente la loro immagine.
Gino Driussi