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Sab 14 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    Per la festa federale di ringraziamento intervista al vescovo Alain: «Non trascuriamo l’ecumenismo»

    di Gino Driussi

    La terza domenica di settembre – quest’anno, dunque il 17 – viene celebrata in tutta la Svizzera (ad eccezione del Canton Ginevra, che ha osservato il «Jeûne genevois» giovedì 6 settembre) la Festa federale di ringraziamento, penitenza e preghiera, detta anche «Digiuno federale». Di questa ricorrenza e delle sue implicazioni ecumeniche abbiamo parlato con mons. Alain de Raemy, Amministratore apostolico della Diocesi di Lugano.

    Mons. de Raemy, questa Festa ha origini non religiose, ma politiche. Istituita dalla Dieta federale, riprendendo antichissime tradizioni che risalivano addirittura al XVI secolo, si tenne per la prima volta in tutta la Svizzera l’8 settembre 1796, per poi avere diversi sviluppi. Ha ancora senso nel XXI secolo, continuare a celebrare questa ricorrenza, che indubbiamente è sempre meno sentita dalla popolazione svizzera, anche a causa di una secolarizzazione crescente?

    Penso che spetti appunto a noi, Chiese e comunità cristiane, mostrare e dimostrare il senso complementare e aggiuntivo, ma non meno importante, anzi più radicale e dunque indispensabile, della Festa federale della terza domenica di settembre nei confronti della Festa nazionale. Si tratta non solo di prendere coscienza della nostra storia, come pure del presente e del futuro del nostro vivere insieme da confederati, come lo facciamo il 1. agosto, ma di trovarne e approfondirne il senso più profondo, umano e spirituale, al di là, o meglio nel cuore dei legittimi interessi politici e sociali di democrazia, libertà, sussidiarietà, solidarietà e indipendenza, che vanno naturalmente tutelati!

    La Festa federale di ringraziamento, penitenza e preghiera vuole interpellare le nostre coscienze individuali e comuni, dando senso al nostro operare da cittadini nel più profondo della nostra anima. È l’occasione di ricordare che la nostra vita comune in Svizzera è anche opera di una Provvidenza divina che non ci abbandona alle nostre capacità e alle nostre forze, che sono limitate. Aiutandoci, contemporaneamente ci interpella e ci sfida per fare le scelte giuste, quelle che rispettano tutto il creato e l’umanità intera.

    La Festa federale di ringraziamento cade durante il tempo del creato, un periodo liturgico ecumenico osservato dalle Chiese cristiane di tutto il mondo tra il 1. settembre e il 4 ottobre (il tema di quest’anno, inspirato dalle parole del profeta Amos è «Che la giustizia e la pace scorrano»). Che legame vede tra queste due ricorrenze?

    Il legame sta proprio nel fatto che la Festa federale, spirituale, parlando alla nostra anima come mistero più profondo della nostra comune personalità umana, ci presenta l’universo, del quale fa parte il nostro piccolo pianeta con «in mezzo» la nostra piccolissima Svizzera, come un dono affidato alla nostra responsabilità, individuale e comune. Si tratta di passare, non solo in questa giornata ma con conseguenze durante l’intero anno, da un sentito «mea culpa», dopo un primo «grazie», a un dinamico «io ci sono»!

    C’è una lunga tradizione, in Svizzera, quella di celebrare ecumenicamente la Festa federale di ringraziamento. È così anche in Ticino, dove la Comunità di lavoro delle Chiese cristiane tiene proprio quel giorno una delle sue tre celebrazioni cantonali annuali. Quest’anno avrà luogo domenica 17 settembre alle 16 nella Collegiata di Bellinzona, dove lei è stato invitato a predicare. Da quando è Amministratore apostolico, che idea si è fatta della situazione ecumenica nel nostro Cantone?

    La situazione ecumenica riflette le cifre della presenza cristiana, che in Ticino è a stragrande maggioranza cattolica. Per questo motivo, nella vita quotidiana delle parrocchie e della società non si percepiscono le particolarità delle altre confessioni e così viene meno il senso dell’ecumenismo come risposta a Cristo, che ci chiama ad essere «una cosa sola». La sfida, per noi cattolici qui in Ticino, è proprio quella di una conversione, cioè di un interesse evangelico per il più piccolo, per ogni minoranza che non trae la sua importanza dai numeri, ma dal fatto di esistere e, in questo caso, di vivere anch’essa di Cristo!

    Lei è anche vescovo ausiliare della Diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo, che comprende quattro cantoni. Sono territori nei quali la presenza di protestanti è molto più grande che in Ticino. Che differenze ha notato, dal punto di vista ecumenico, tra la sua diocesi e quella di Lugano?

    La grande differenza è quella dell’impronta culturale del protestantesimo nella stragrande maggioranza dei Cantoni che fanno parte della mia diocesi: Ginevra, Neuchâtel e Vaud. Solo Friburgo è segnato dal cattolicesimo. Ma da qualche anno c’è una nuova sfida: quella della drastica diminuzione degli appartenenti alle comunità ecclesiali protestanti storiche (sono meno del 10% a Ginevra), mentre cresce il numero delle persone che non si riconoscono in alcuna confessione religiosa. Da tenere presente anche il dinamismo aleatorio di qualche comunità pentecostale e il gran numero di cattolici immigrati della terza, seconda o prima generazione sempre meno praticanti (con qualche notevole eccezione, come ad esempio i croati, i filippini o i capoverdiani). In questa configurazione, spetta spesso a noi cattolici fare i primi passi verso un ecumenismo disinteressato, e dunque gratuito e spontaneo, l’unico che parte davvero da una fede viva. Se non lo facciamo, trascuriamo proprio parte della presenza di Cristo fra noi (sia a Friburgo sia a Lugano), perché non teniamo conto di sorelle e fratelli che, anche loro, vivono di Lui.

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