di Ernesto Borghi, coordinatore della Formazione Biblica della Diocesi di Lugano e presidente dell’Associazione Biblica della Svizzera Italiana
Il testo evangelico che ha i magi come personaggi importanti (Mt 2,1-12) è il punto di riferimento della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di questo complesso e incerto 2022.
All’inizio del testo si legge quanto segue: «1Dopo che Gesù era nato a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco che alcuni magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: 2“Dov’è colui che è stato partorito1 re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella nel suo sorgere, e siamo venuti per adorarlo”». I magi, che sono giunti nella città centro d’interpretazione delle profezie messianiche, rappresentano evidentemente la cultura pagana che non è chiusa alla ricerca al di fuori dai propri schemi interpretativi. Il loro agire non ha uno scopo accademico, bensì esistenziale alto: rendere omaggio cultuale, prostrarsi in adorazione dinanzi a colui che è movente del loro andare ad ovest.
Più avanti il testo matteano prosegue: «Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10Vedendo la stella, essi provarono una gioia molto, molto grande. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e, cadendo in ginocchio, si prostrarono adoranti davanti a lui. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra».
Il rituale di adorazione che si succede è davvero paradigmatico. La gestualità esprime il massimo di rispetto possibile associando la caduta in ginocchio all’inchino profondo, secondo una proskynesis in pienissima regola[1]. I doni che vengono offerti, quali che siano le interpretazioni relative al loro significato specifico[2], sanciscono, proprio perché sono beni che hanno un valore notevole per gli offerenti, l’omaggio e l’accoglimento di una relazione con il loro destinatario, secondo una triplicità[3] che vuole esprimere anzitutto pienezza ed eccellenza. Questo v. 11 è di grande perfezione ed è suscettibile di molte risonanze. Deve ispirare la liturgia personale di lettrici e lettori, la modalità con la quale esse ed essi vivono ogni giorno.
Vediamo, allora, per approfondire il senso dell’adorazione anzitutto in ambito biblico, che cosa ne emerge complessivamente.
Il senso delle parole
Partiamo da un dato linguistico di base: le nozioni di adorare/adorazione fanno riferimento, in lingua italiana, anzitutto per quanto attiene all’etimologia, ad un atteggiamento che coinvolge, in primo luogo, la sede della voce e la sua emanazione: si tratta di una preghiera che dalla bocca si rivolge esplicitamente ad un destinatario[4].
Certamente l’uso che oggi si fa di queste due parole non si limita ad un riferimento puramente verbale o, comunque, fonico, ma spazia nell’ambito del culto divino in senso ampio[5]. Facciamo qualche sondaggio globale nella terminologia biblica che esprime specificamente l’azione di adorare.
Bibbia ebraica/Primo Testamento
Nella LXX il greco proskynèin traduce essenzialmente la radice ebraica hwh[6], nella forma hishtahawa, significa inchinarsi, piegarsi profondamente e ricorre 170 volte nell’AT[7]. La sua utilizzazione originaria non è cultuale, ma relazionale nei confronti di chi sia di livello superiore a sé: «ci si prostra davanti ad un altolocato per esprimere con questo gesto il massimo ossequio e la massima venerazione, per esempio, davanti ad ospiti estranei (Gen 18,2), oppure in atteggiamento di supplica davanti ad un potente (Gen 33,7; 2Sam 16,4)»[8].
La stretta relazione tra il culto ed il prostrarsi è espressa anche dal verbo ‘bd (= servire), che, associato al termine in esame, diviene spesso una frase fissa che indica l’adorazione resa a divinità straniere[9]. Hishtahawa è, non di rado, una sorta di sinonimo di pregare[10]. Ne consegue che la parola si carica di un valore semantico molto più rilevante del semplice gesto di prostrazione, indicando più generalmente l’atteggiamento religioso adorante nella sua globalità.
In senso cultuale questa forma ebraica non può essere considerata come esclusiva del rapporto con il Signore Dio e della fede in lui. Soltanto in Dt 26,10 essa è adoperata per indicare questo atteggiamento di adorazione nei suoi confronti, mentre nei Salmi[11] questa stessa opzione di culto ricorre nei riguardi del Dio sovrano assiso sul trono in Sion, secondo l’antica tradizione gerosolimitana.
Nuovo Testamento
Oltre alle tre attestazioni di Mt 2,1-12, proskynéin ricorre altre 55 volte nel corpus neotestamentario. Se si escludono le 3 circostanze in cui tale atteggiamento di adorazione generale è rivolto esplicitamente nei confronti del diavolo[12] e altre 4 ricorrenze in cui l’agire in questione ha diversi destinatari[13], i 51 passi ulteriori suscitano almeno le seguenti osservazioni:
le versioni evangeliche parlano quasi esclusivamente di adorazione di Dio Padre[14]. Gv è il terreno evangelico con il maggior numero di ricorrenze, quasi tutte concentrate nell’incontro tra Gesù e la donna samaritana, ove viene sottolineato il valore essenziale di questo atteggiamento quale segno della risposta umana all’offerta d’alleanza divina di matrice primo-testamentaria. Questo modo di agire è da intendersi in senso esistenziale e spiritualizzato;
la maggioranza delle attestazioni di proskynéin riguarda, però, un altro testo di attribuzione giovannea, il libro dell’Apocalisse. In esso l’adorare costituisce una delle modalità per distinguere il bene dal male. Infatti una serie di passi in cui, sia pure con oggetti molteplici, il destinatario dell’atto cultuale è sempre Dio[15] è alternata a numerose altre circostanze in cui delle personificazioni del demonio, il drago e, più spesso, la bestia terrestre[16], sono oggetto d’adorazione[17]. L’inganno supremo viene così messo in atto: gli esseri umani vengono sottratti alla loro vocazione originaria di alleati del Signore Dio per essere orientati verso una prospettiva che li porta a perseguire una vera e propria idolatria;
il passo che riassume forse meglio il senso positivo del prostrarsi umano nei confronti di Dio è Lc 24,52: dei discepoli, appena lasciati da Gesù asceso al cielo Luca scrive che «essi, dopo averlo adorato (proskynésantes), tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Nel rispetto della propria creaturalità, dunque della superiorità del Creatore risorto da morte in Gesù Cristo, gli esseri umani sono chiamati ad una vita d’adorazione che è fondata sul dinamismo della testimonianza di fede.
Dalla settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2022 al futuro
In questa Settimana, la Chiesa di Cristo invita a pregare per la così tanto desiderata, ma così lacerata nei secoli, unità visibile della Chiesa. Rivolge questo invito sempre inalterato nei momenti felici, nei momenti di guerra, di carestie, di malattie. Non lo rivolge riferendosi all’essere umano, stressato da tante preoccupazioni e dalle tentazioni tramite le quali la nostra epoca cerca di distrarlo, rendendolo indifferente verso le questioni di fede, ma lo rivolge, perlopiù, alle conseguenze che queste distrazioni e tentazioni, in generale, portano, come la paura, l’angoscia, la mancanza di fiducia verso il prossimo, che potenzialmente rischia di diventare la causa della nostra sofferenza.
L’umanità di oggi si richiude in se stessa, cerca di recidere i rapporti con il prossimo e vivere non soltanto in una separatezza fisica, ma in un isolamento spirituale, che fa crescere a dismisura la sua solitudine e la sua sofferenza psicofisica. Arenandosi nella loro solitudine esistenziale, gli uomini e le donne di oggi gridano a se stessi e si chiedono: ma quale valore può avere la nostra preghiera davanti alle tante divisioni che strappano l’unica tunica di Cristo? Quale valore può avere la preghiera di fronte al dominio della morte?
Non si può rispondere a queste domande, se prima l’essere umano non accetta spiritualmente il grande evento della Visita Divina[18]. Egli è chiamato a chiedersi che cosa significa concretamente adorare il Dio di Gesù Cristo in ogni momento della sua esistenza, da quelli liturgico-culturali a tutti gli altri, fatti di molteplici relazioni con altri esseri umani e con la natura in cui è immerso, rapporti la cui qualità evangelica deve essere l’obiettivo essenziale in particolare di chiunque cerchi di essere cristiano.
[1] Non diversamente si può intendere la concomitanza delle due forme verbali del v. 11. Ossia pesòntes e prosekynesan,che rafforza particolarmente la valenza anche visiva dell’adorazione prestata al neonato.
[2] Ecco due esempi in proposito: «Essi (= i magi) portano dei regali carichi di simbolismo: l’oro al re, la mirra all’essere mortale, l’incenso a Dio« (Origene, Contra Celsum 1, 60); Questi doni possono essere definiti come simbolo di azione, contemplazione e fede; ed ognuno di essi può implicare tre aspetti. La nostra azione, infatti, può rivelarsi quale sapienza (l’oro), preghiera devota (l’incenso) e mortificazione della carne (la mirra). La contemplazione può indicare i tre sensi delle scritture (allegorico, anagogico, morale); e la fede si può esprimere riguardo alla dignità regale di Cristo (l’oro), della sua grandezza sacerdotale (l’incenso) e della sua mortalità quale essere umano (la mirra)» (Tommaso d’Aquino, Super evangelium Matthaei 2, 201).
[3] Da questo dato probabilmente è derivata la tradizione, consolidatasi nei secoli, sul fatto che i magi fossero tre, come la persuasione che si trattasse di re derivò probabilmente da passi primotestamentari quali Is 60,3.6-7 e Sal 72,10.
[4] L’ascendente verbale è il latino adorare: alla preposizione ad è associato il verbo orare (= pregare), il quale deriva dal sostantivo os-oris che significa bocca.
[5] Adorare significa «rendere culto alla divinità (o, comunque, a esseri divinizzati e a tutto ciò che rappresenta simbolicamente la divinità e a questa è sacro) col gesto rituale dell’adorazione (atteggiamento prosternato o posizione in ginocchio, genuflessione, inchino, ecc.) e col sentimento di amore reverenziale che in quel gesto si esprime» (Vocabolario della lingua italiana, I, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1986, p. 66).
[6] La radice shh sembra essere alla base del termine in esame: pertanto hwh va ricercata attraverso questa forma (cfr., ad esempio, Lexicon Hebraicum Veteris Testamenti, F. Zorell [ed.], PIB, Roma 1989, p. 833).
[7] Cfr. H.P. Stähli, hwh, in E. Jenni - C. Westermann, Dizionario Teologico dell’Antico Testamento (= DTAT), I, Marietti, Torino 1978, coll. 459-460.
[8] Ivi., coll. 460-461. Cfr. anche, in senso proprio, Es 18,7; 1Sam 25,23.41; 1Sam 2,36; 2Re 2,15; 4,37; 2Sam 14,4.33; 24,20; 1Re 1,16.23; 2Cr 24,17; Sal 45,12; in senso metaforico, Gn 27,29; Is 45,14; 49,23; 60,14.
[9] Cfr., ad esempio, Dt 4,19; 5,9; 8,19; 11,16; Gdc 2,19; Ger 13,10.
[10] Cfr., ad esempio, Is 44,17; 1Sam 1,28; Gn 24,26.48; Es 34,8.
[11] Cfr. 22,28; 29,2; 86,9; 95,6; 96,9.
[12] Cfr. Mt 4,9; Lc 4,7; Ap 9,20.
[13] Cfr. Mt 18,26 (il re nella parabola dei due debitori); At 7,43 (varie divinità); Ap 3,9; 22,8 (angeli).
[14] Cfr. Mt 4,10; Lc 4,8; Gv 4,20(2).21.22(2).23(2).24(2); 12,20.
[15] Cfr. 4,10; 5,14; 7,11; 11,1.16; 14,7; 15,4; 19,4.10(2); 22,9.
[16] Si è evidentemente cercato di dare identificazione a questo animale mostruoso: si è pensato, di volta in volta, ai sacerdoti del culto imperiale, alle religioni pagane globalmente considerate, alle correnti filosofiche dell’epoca, al potere civile al servizio del culto e della propaganda imperiale: «ad ogni modo si tratta certamente della struttura politica e religiosa dell’Impero. Una struttura che ritorna, in ogni secolo, sotto forme diverse» (G. Rouiller, L’Apocalypse. Textes et théologie, ABC, Fribourg 1989/1990, p. 94).
[17] Cfr. 13,4(2).8.12.15; 14,9.11; 16,2; 19,20; 20,4.
[18] Cfr. Settimana di preghiera per l’’unità dei cristiani, 18-25 gennaio 2022, pp. 4-5 (sussidio redatto da Centro Pro Unione - https://ecumenismo.chiesacattolica.it/2021/12/10/settimana-di-preghiera-per-lunita-dei-cristiani-2022/)