Midrash Ebraico
Chiese Rabbi Yehoshua: “Il luogo più sacro che espiava i peccati d’Israele
è profondamente profanato. Da dove verrà ora la nostra espiazione e il nostro perdono?”.
Rabbi Yohanan rispose con un sorriso:
“Non aver paura Rabbi Yehoshua, abbiamo altri mezzi
altrettanto validi ed efficaci d’espiazione, validi quanto i sacrifici”.
“E quali sono?”, chiese Rabbi Yehoshua.
Sempre sorridendo, Rabbi Yohanan gli rispose:
“Sono le opere sociali di misericordia”.
Ecco! Entra in scena Mercoledì delle Ceneri e presenta la Quaresima. Il palcoscenico liturgico cambia nuovamente colore: torna il viola.
Il colore che solo appena un paio di mesi fa ha colorato le liturgie dell’Avvento: Viola come segno e simbolo cromatico di attesa, penitenza, tensione, conversione, meditazione.
Il Viola si ottiene, principalmente, mischiando assieme il rosso e il blu. Il rosso, simbolo della forza, del fuoco, della vitalità, del coraggio, della passione, del sangue. Il blu, simbolo della trascendenza, della meditazione, della purificazione, della tenerezza, della quiete. Elementi che discendono dalla Grazia e rendono l’uomo capace di trascendere la sua umanità: una osmosi singolarmente plurale.
È evidente che semplicemente cambiare colore, strutturare con segni penitenziali gli spazi liturgici, improntare con stile elegiaco le liturgie, fare il buon proposito quaresimale, non è sufficiente a dare senso e significato alla quaresima.
Il Maestro Gesù ci viene in aiuto guidato dallo Spirito nel deserto (domenica 6 marzo). Ci piaccia o no il deserto è lo spazio di mezzo e deve essere attraversato. E non è solo un fare liturgico, spirituale, quaresimale, ma è il deserto del mio “io”. Ritrovarsi solo con sé stessi in mezzo ad un nulla pieno (che volontariamente evitiamo di conoscere!), in compagnia di un silenzio assordante, è faticosamente deserto.
Inoltre, è uno spazio in cui né il cromatismo né il simbolismo scenico possono nascondere il tuo essere: ci sei tu, il tuo io e il deserto. Dentro questa dimensione scopri di avere fame. Fame? Magari di potere, di prestigio, di successo, di denaro?
E il deserto ti porta a salire il Monte (domenica 13 marzo). Così, il cuore, la mente, il corpo, come note sul pentagramma, iniziano a pregare, non un mero contare le orazioni, ma la forza del silenzio orante che emerge dalle viscere e si immerge nella Grazia. Un’azione travolgente che connette ogni singolo poro, ogni singola cellula, ogni singolo capillare, tutto si trasfigura e il deserto dell’io germoglia di sé.
Tale bellezza, leggerezza e pacatezza ti porterebbero a montare delle capanne, a mettere dimora: nulla di più desiderabile. Ma la valle della vita ci attende e dobbiamo esercitare l’esperienza del deserto e del monte nei vicoli bui del quotidiano.
Un quotidiano, molte volte, intriso di cattiveria, di malvagità, di dolore e di sangue (domenica 20 marzo) e nel registrare tutto questo male siamo portati a dare la colpa a Dio. Pensiamo che il peccato commesso scateni automaticamente il castigo di Dio, in tal modo concepiamo un Padre dal volto perverso e non dal volto misericordioso.
Se continuo a vivere una vita disordinata senza limiti è facile che prima o poi il boomerang del male mi tornerà indietro e certamente non è colpa di Dio.
Il Padre pazientemente ci segue da lontano con il carro della Misericordia e attente il nostro tornare indietro -la conversione- in un tempo senza tempo. Infatti, la Misericordia non porta l’orologio, non ha calendari. Il suo tempo è il tempo dell’Amore: infinito ed oltre. L’Amore è il cuore della Misericordia e la Misericordia sono i polmoni dell’Amore.
Cuore e polmoni che sono il fulcro della pericope lucana di domenica 27 marzo, erroneamente presentata come la parabola del figlio prodigo. È, infatti, la parabola del Padre Misericordioso.
Amore e Misericordia sono l’essenza del Padre, capace di lasciare libero il figlio più giovane. Farlo partire è esattamente il rischio dell’Amore.
Il Padre attende fiducioso il suo ritorno e gli va incontro non appena lo vede ritornare. Uscirà anche a supplicare il figlio maggiore quando, saputo del fratello minore, indignato, non vuole entrare a casa. Sono i piedi dell’Amore.
Presto, portate qui il vestito più bello: accoglie il figlio nella sua essenza, non lo mortifica, evidenziando le sue colpe e/o i suoi sbagli. Difatti, nessuna colpa potrà mai cancellare la dignità di figlio. È la bellezza della Misericordia.
Bellezza con il volto della delicatezza capace di chinarsi (domenica 3 aprile). È il volto di Dio non giudicante che si china per attendere l’uomo affinché prenda consapevolezza del vestito di peccato che indossa. E dopo, l’attesa, guarda profondamente negli occhi e sussurra: Ecco! vesti il nuovo che sei.
Il pensante di ogni tempo si è chiesto: cosa mai abbia scritto Gesù? cosa mai abbia inciso il dito di questo strano personaggio sulla terra? Ha inciso il nome della donna, il nome di ogni donna, di ogni uomo, di ogni generazione ad eterna memoria: tu sei terra, ma, ricorda, il mio dito ti ha plasmato di bellezza e il mio respiro ti ha foraggiato di vita. E su questa terra e su questa storia, per quanto triste e brutta, gioiosa e bella, dobbiamo poggiare i piedi per percorrere i sentieri di quel Blu che già ci attende.
Diacono Luigi Cuonzo
Chi è Luigi Cuonzo
Nato a Lanciano (CH) nel 1965, è sposato con Manuela e padre di tre figli. Dopo il percorso formativo teologico-biblico presso il Seminario Regionale Abruzzese-Molisano è stato ordinato Diacono nel 2006 dall’Arcivescovo Carlo Ghidelli. Dapprima Responsabile del Servizio di Pastorale Giovanile, poi collaboratore della Pastorale Familiare, dall’ottobre 2011 è stato nominato dall’Arcivescovo Emidio Cipollone Direttore della Caritas Diocesana. Tra i suoi scritti ricordiamo un contributo al volume collettaneo curato da Ernesto Borghi, Donne e uomini, Effatà, Cantalupa (TO) 2014.