«C’è una parola molto maltrattata: si parla tanto di populismo, di politica populista, di programma populista…». Il Papa non ha rivalutato Donald Trump, quello che «chi costruisce i muri non è cristiano», no. Ma quando viene adulterato un mito a lui caro, quello del popolo, non nasconde il rammarico. Perché non va confusa la risposta sbagliata, il populismo, con le buone domande che nascono nel popolo.
I movimenti popolari, che ha ricevuto pochi giorni prima l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, sono «chiamati a rivitalizzare, a rifondare le democrazie che stanno attraversando una vera crisi», ha detto, «la partecipazione da protagonisti dei popoli che cercano il bene comune può vincere, con l’aiuto di Dio, i falsi profeti che sfruttano la paura e la disperazione, che vendono formule magiche di odio e crudeltà o di un benessere egoistico e una sicurezza illusoria». Ignorare paura e disperazione, negare il malumore che monta tra masse di persone alienate, negli Stati Uniti o in Europa, nel mondo arabo o nel cyberspazio, è la via sicura al fallimento. Il giorno dopo la Brexit Francesco ha augurato all’Unione europea un po’ di «sana disunione», perché l’omologazione soffoca mentre laddove c’è indipendenza c’è «emancipazione». Ascoltare il popolo, per Jorge Mario Bergoglio, è l’unico antidoto al populismo. E, per un gesuita formato con il Concilio vaticano II e con la teologia argentina del popolo, alla rigidità dottrinale. Secondo Bergoglio, spiega il suo maestro, padre Juan Carlos Scannone, «per sapere cosa bisogna credere bisogna far ricorso al magistero della Chiesa, ma per sapere come bisogna credere bisogna far ricorso al popolo fedele di Dio, al sentire del popolo fedele di Dio».
(Jacopo Scaramuzzi / Jesus)