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    Povera per i poveri, nuovo corso per la Chiesa?

    di Giulio Albanese

    Italia Caritas - aprile 2015  

     

    L’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo sull’economia può riassumersi in due principi: «Non accumulare tesori sulla terra» (Matteo 6,19-21) e «Dai quello che hai ai poveri», attraverso gesti radicali e concreti e mediazioni materiali, ad esempio offrendo cibo agli affamati, curando i malati o fornendo ospitalità ai forestieri. Questo indirizzo evangelico è certamente rivoluzionario e, preso alla lettera, può far drizzare i capelli ai fautori del libero mercato. Sta di fatto che il tema in questione, quello della povertà, è scottante e nei secoli di storia ecclesiastica è stato affrontato con modalità diverse, al punto che si sono delineate due principali correnti di pensiero.

    La prima è pressoché incline al pauperismo, nell’accezione più nobile e virtuosa da attribuire a questo termine. Si tratta di una radicalità impressa nel passato soprattutto dagli ordini mendicanti, oggi manifestata da alcune comunità che vedono i pericoli di un uso acritico del denaro e sentono l’urgenza di rinunciare a una certa efficienza, tipica della postmodernità. Un altro orientamento, di matrice fortemente occidentale, ricorre invece senza indugio a notevoli risorse finanziarie per realizzare opere e progetti che hanno direttamente o indirettamente a che fare con l’evangelizzazione. In questo caso si fa sempre riferimento alla purezza dell’intenzione, evitando di principio quesiti intriganti sull’uso del denaro, sulla visibilità della povertà, sul modo in cui il Vangelo può essere inculturato attraverso mezzi ricchi.

     

    Grande mistero

    Ambedue gli orientamenti mirano all’annuncio e alla testimonianza del Regno di Dio, ma sono radicalmente diversi, anche se poi, soprattutto nell’ambito della vita religiosa, ci si rende conto che l’evangelizzazione nel Terzo Millennio non può rinunciare né a una certa efficacia (standard d’eccellenza determinati dal progresso tecnologico, per esempio nell’ambito della comunicazione digitale), che impone il ricorso al denaro, né alla povertà evangelica, che ne esige un uso sobrio e solidale. E allora?

    Come è noto papa Francesco ha rilanciato in più circostanze l’urgenza di affermare il cosiddetto “radicalismo evangelico”, soprattutto in riferimento al tema della povertà. «Io voglio una Chiesa povera per i poveri», disse poco dopo la sua elezione al soglio pontificio. Certamente, vi è la necessità di operare un sano discernimento a livello ecclesiale. Al termine della prima sessione del Concilio Vaticano II, il cardinal Giacomo Lercaro intervenne in aula affermando che la povertà non poteva essere un tema aggiuntivo rispetto agli altri: la povertà, disse, è il mysterium magnum della chiesa.

    In effetti, i documenti conciliari utilizzano diverse volte il termine “poveri” (42) e “povertà” (21), ma nel corpus dottrinale del Vaticano II la prospettiva della cosiddetta ecclesia pauperum (“chiesa dei poveri”) riguarda prevalentemente la pastorale e la morale, non tanto il mysterium magnum indicato dal compianto arcivescovo di Bologna.

    In effetti, leggendo gli interventi di papa Bergoglio si ha la certezza che egli voglia riaprire questo capitolo della povertà, in riferimento soprattutto alla questione teologica, proprio come era nelle intenzioni di Lercaro. «La povertà, per noi cristiani – disse durante la veglia di Pentecoste del 2013 – non è una categoria sociologica o filosofica o culturale: no, è una categoria teologale. Direi, forse la prima categoria, perché quel Dio, il Figlio di Dio, si è abbassato, si è fatto povero per camminare con noi».

    Attenzione, qui non si tratta semplicemente di assumere un ascetismo ispirato al poverello d’Assisi. La scelta pauperistica di san Francesco si situò – è bene rammentarlo – al cuore di una riforma di cui egli tentò, coraggiosamente, di farsi interprete nella chiesa del suo tempo. Riformare: affermare un nuovo corso, impegnativo e, al contempo, segnato dalla speranza, a servizio – in questo caso – di coloro che vivono nei bassifondi della storia. Verso una comunità lontana dai fasti della chiesa costantiniana, non più segno del potere.

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