2015-08-31 L’Osservatore Romano
Casa comune e sorella. E per di più, madre. Soltanto un innamorato del creato come Francesco d’Assisi avrebbe potuto chiamare madre la terra nel suo Cantico, eppure questa definizione ha volato attraverso i secoli ed è diventata il tema dominante di un’enciclica sociale di un Papa (il testo «si aggiunge al Magistero sociale della Chiesa», ricorda testualmente il n. 15 di Laudato si’).
Il Cantico medievale che aveva individuato il «riflesso di Dio in tutto ciò che esiste» (87) ci propone ancora una peculiare «visione filosofica e teologica dell’essere umano e della creazione» (130). La ricognizione contemporanea viene svolta in atmosfera esplicitamente contemplativa, a tratti monastica, cercando il senso sia «nelle crepe del pianeta che abitiamo, quanto nelle cause più profondamente umane del degrado ambientale» (163). Una «prolungata riflessione, gioiosa e drammatica insieme» (246) che Papa Francesco, forte dell’esempio «bello e motivante» (10) del santo di Assisi, comincia dalla vera e propria protesta del pianeta, di cui egli ausculta i non pochi sintomi di malattia (2). Si tratta di riflettere sulla «nostra oppressa e devastata terra», inventariata, come se fosse un essere vivente, «fra i poveri più abbandonati e maltrattati» (2) da curare come tutto ciò che è debole e che viene proposto dall’enciclica come «una ecologia integrale» (10). Un approccio che richiede anche una progettazione educativa di lungo termine, la quale implica il ripensamento dei principali temi teologici (a cui viene dedicato l’intero sesto e ultimo capitolo).
di Vincenzo Bertolone