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Mer 11 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    "Sopravvivere" di Manuela Masone

    Al termine lavoro, oggi si associano facilmente le parole crisi, tasso di disoccupazione, dumping salariale, burnout e se ne potrebbero aggiungere altre che riflettono il difficile contesto attuale. Sembra quasi che ci troviamo in una situazione di totale impotenza, attendiamo soluzioni da parte dei governi e nel frattempo cerchiamo di “sopravvivere”. Il malessere però è presente ovunque, a risentirne sono la salute e la vita famigliare. Molti giovani terminano l’apprendistato e si ritrovano prima in disoccupazione e spesso poi in assistenza. C’è mancanza di speranza nel futuro e il lavoro, che dovrebbe essere un luogo di realizzazione per la persona, diventa fonte di angoscia quando non lo si trova, o si rischia di perderlo.

    In questo deserto di senso, nel quale la pressione economica può farci perdere di vista l’essenziale e l’uomo rischia di essere ridotto ad un ingranaggio da sfruttare e poi rimpiazzare quando viene meno la sua utilità o nel caso in cui si adottino soluzioni più convenienti, la voce di Papa Francesco risuona come quella di un profeta che ricorda al popolo la propria identità: il lavoro è correlato alla dignità della persona umana:

    “Il secondo ambito in cui fioriscono i talenti della persona umana è il lavoro. E’ tempo di favorire le politiche di occupazione, ma soprattutto è necessario ridare dignità al lavoro, garantendo anche adeguate condizioni per il suo svolgimento. Ciò implica, da un lato, reperire nuovi modi per coniugare la flessibilità del mercato con le necessità di stabilità e certezza delle prospettive lavorative, indispensabili per lo sviluppo umano dei lavoratori; d’altra parte, significa favorire un adeguato contesto sociale, che non punti allo sfruttamento delle persone, ma a garantire, attraverso il lavoro, la possibilità di costruire una famiglia e di educare i figli” (Papa Francesco, Discorso al Parlamento Europeo, 25 novembre 2014)

    Quando rileggo alcuni testi di Madeleine Delbrel o Simone Weil, che descrivono le condizioni drammatiche dell’ambiente operaio nel secolo scorso e la situazione di alienazione a cui l’oppressione esercitata dal forte sul debole poteva portare, non posso fare a meno di pensare, come afferma il Papa, che anche oggi come allora è necessario ridare dignità al lavoro per restituire dignità all’uomo.

    Qual è l’atteggiamento del cristiano di fronte alla crisi: remissione o senso di responsabilità? Non tutti forse possiamo intervenire per cambiare le sorti economiche, ma ognuno di noi può fare un gesto che rende più umana la società. Non sto parlando di solidarietà puntuale per aiutare tale o tal altra onlus, ma di un atteggiamento di vita che implica valori morali come il rispetto della persona, l’onestà, la ricerca del bene altrui. Un colloquio di lavoro ad esempio, indipendentemente dall’esito, può essere gestito in modo da ridare fiducia alla persona, o farla sentire una nullità. Roberto Benigni, nel suo memorabile commento dei Dieci Comandamenti, direbbe che non bisogna rubare l’anima agli altri e a noi stessi:

    “Rubare l’anima agli altri e a noi stessi. Voi mi direte: “E che cos’è?”. Accade continuamente: è quando non si dà la possibilità di un’occupazione, un lavoro a una persona e la si umilia. Chi non lavora è umiliato. Questo è rubare l’esistenza a una persona: non creare le condizioni per il lavoro, non dare lavoro. Non si è liberi di vivere. Quella persona se non lavora non è libera di vivere. Oppure, all’opposto, quando organizziamo la nostra vita o la vita degli altri con degli orari di lavoro impossibili, forsennati, e non si dà modo alle persone di programmare un momento per sé, di essere sé stessi. Non c’è più posto nemmeno per i sentimenti, si toglie loro il respiro, la forza di un progetto, di una speranza, li si calpesta proprio nel cuore perché non possano avere sogni. Questo è rubare l’anima, rubare la vita, non si è liberi di vivere”

    Il nostro atteggiamento non è neutro e non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità con la scusa che siamo in balia della crisi, come se fosse il fato. Tutti, qualsiasi sia il ruolo che occupiamo nella società, possiamo portare gocce di umanità che fanno rinascere dalle macerie la speranza. All’indifferenza globale che sembra caratterizzare il nostro tempo, potremo così anteporre un umanesimo globale.

    di Manuela Masone

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