Misna - 13 febbraio 2015
I fondi privati della famiglia reale marocchina, l'esportazione di 'diamanti insanguinati' o di coltan congolese, l'accordo sulle armi in Sudafrica. Sono queste alcune delle vicende africane a cui riconducono i conti aperti presso la filiale svizzera della banca Hsbc e scoperti nell'ambito del cosiddetto scandalo 'Swissleaks'.
Tra le personalità che nel periodo fra il 9 novembre 2006 e il 31 marzo 2007 avrebbero affidato all'istituto bancario 180 miliardi di dollari presumibilmente frutto di evasione fiscale, l'attuale re del Marocco, Mohammed VI, è la più nota in Africa. Ad aver attirato l'attenzione non sono tanto le somme depositate nel conto cointestato col suo segretario privato, Mounir el-Maijdi (che hanno raggiunto al massimo 7,9 milioni di euro), ma un'altra circostanza: per aprire un deposito bancario all'estero, infatti, un cittadino marocchino avrebbe bisogno di un'autorizzazione esplicita del governo. Connazionale del re e già suo parente (era sposato con Lalla Meryem, sorella del sovrano) è Fouad Filali, il cui nome compare in un'inchiesta per riciclaggio aperta a Parigi nel 1999. Un'accusa che Filali nega, come il possesso di oltre 11 milioni di dollari presso Hsbc.
Tra gli 'africani' della lista Falciani (l'elenco che ha fatto scoppiare lo scandalo), poi non sono poche le personalità legate al commercio dei diamanti, anche provenienti da zone di conflitto. Abdoul-Karim Danzoumi - indicato come titolare di un conto da 410.000 euro - ad esempio, vive ad Anversa, in Belgio, ma è il proprietario della più grande compagnia diamantifera con sede in Centrafrica, Badica. Esperti dell'Onu hanno chiesto che l'azienda sia sanzionata, accusandola di aver sostenuto finanziariamente l'ex coalizione ribelle Séléka.
Alle pietre preziose è legato anche - tra quelli della lista Falciani - il nome di Beny Steinmetz, uomo d'affari israeliano che ha vasti interessi nel settore diamantifero, ma è stato anche coinvolto, ricorda la rivista Forbes, nella vicenda opaca dell'acquisizione della miniera di ferro di Simandou in Guinea Conakry, requisita dall'allora 'uomo forte' del paese Lansana Conté al gigante minerario Usa Rio Tinto e poi ceduta gratis al magnate mediorientale. Israeliano è - infine - anche Dan Gertler, che con Steinmetz condivide, oltre alla nazionalità e al coinvolgimento in Swissleaks, l'interesse per il settore minerario. In passato è stato per alcuni anni addirittura monopolista del commercio dei diamanti in Repubblica Democratica del Congo, privilegio ottenuto in cambio di soli 20 milioni di dollari, fino a quando il governo di Kinshasa non decise di annullare il contratto.
È soprannominata 'la regina del coltan' una delle figure femminili più controverse nominate nella lista Falciani, Aziza Kulsum 'Gulamali' (che però nega di possedere quest'ultimo nome). In effetti, gli affari della settantunenne Aziza sono stati associati negli anni soprattutto al minerale utilizzato massicciamente nell'industria elettronica e di cui l'est della Repubblica Democratica del Congo è ricco. Ma, stando ad un rapporto dell'Onu, i suoi interessi andavano molto oltre.
"Aziza Kulsum Gulamali - si legge nel documento pubblicato il 13 febbraio 2003 - è un caso particolare tra i principali agenti implicati nello sfruttamento illegale delle risorse naturali della Repubblica Democratica del Congo". Tra l'altro, gli stessi esperti delle Nazioni Unite sostengono abbia fornito "fondi ed armi" ai ribelli burundesi negli anni '90 e sia poi entrata al servizio del governo ruandese, che l'ha nominata direttrice della Societé minière des Grands Lacs. Già coinvolta in un processo per riciclaggio in Svizzera nel 2002, Aziza vide in quel caso cadere le accuse e fu risarcita delle spese legali.
Alle armi sono più o meno direttamente associati altri conti nominati nello scandalo Swissleaks. Uno, sostiene il Consorzio di giornalisti investigativi (Icij) che ha reso pubbliche le informazioni, è intestato a Katex Mines Guinée. Una società - riporta ancora un documento del 2003 delle Nazioni Unite - attraverso cui il ministero della Difesa di Conakry avrebbe fornito armamenti ai ribelli liberiani. Pubblico, ma molto discusso, è stato invece il cosiddetto Arms Trade Deal, la serie di accordi che il governo democratico sudafricano siglò nel 1997, per un totale di decine di miliardi di rand, con varie imprese straniere. Attualmente una commissione parlamentare sta indagando sulle accuse, formulate da anni, di corruzione di numerosi alti esponenti di governo. E proprio del ministro della Difesa dell'epoca, Joe Modise, era consigliere Fana Hlongwane, il cui nome compare sia nelle indagini sullo scandalo sudafricano che nella lista Falciani.
Infine, anche se a comparire sulla stampa internazionale sono stati solo alcuni nomi, i paesi coinvolti in Swissleaks sono però stati molti di più, come ha notato il portale d'informazione Guinée Conakry Infos, mettendo in luce una conseguenza poco sottolineata dell'esportazione di capitali: queste rivelazioni, si legge in un articolo del sito "ci riportano al cuore della problematica dello sviluppo dell'Africa, spogliata delle sue ricchezze a profitto dei paesi stranieri