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Mar 10 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    Tanzania, cristiani e musulmani uniti contro malnutrizione e Aids

    Ci sono neonati che iniziano l’esistenza in un ambiente sicuro, circondati da molte premure, e malati provenienti da villaggi sperduti che trovano le cure necessarie e la carezza della consolazione. Ci sono bambini malnutriti che riprendono a vivere e a sorridere grazie a latte e pappe nutrienti e persone debilitate dall’Aids che, insieme alle medicine, ricevono il cibo necessario a sostentare le loro famiglie. Qui c’è una umanità piegata dalle malattie e avvilita dalla povertà che ricomincia a sperare e risolleva la testa, trovando gesti di cura, protezione e sostegno. A compierli sono cristiani e musulmani, insieme.

    Siamo al Consolata Hospital di Ikonda, un grande villaggio (a maggioranza cristiana) che sorge a 2000 metri di quota, fra boschi e strade sterrate, nel sud-ovest della Tanzania. Questo Paese africano (la cui superficie è tre volte quella dell’Italia) ha 46 milioni di abitanti: un terzo sono cristiani (cattolici e luterani), un terzo animisti e un terzo musulmani, residenti soprattutto nelle città della costa e lungo le antiche vie carovaniere.

    I pullman carichi di pazienti

    Fondato dai missionari della Consolata nel 1961 su richiesta di un capo villaggio che voleva un presidio medico per contrastare la mortalità infantile, l’ospedale – che in larga misura si sostiene con le donazioni di privati benefattori – ha subìto nell’ultimo decennio una profonda ristrutturazione che ha portato ad ampliare i reparti. Oggi ha 322 posti letto: mediamente, ogni anno, vengono alla luce 1.800 bambini, i ricoveri sono 14.000 e gli interventi chirurgici più di 5.000. Considerato un polo di eccellenza, accoglie pazienti – cristiani e musulmani – che provengono dai villaggi circostanti ma anche da molto lontano: tutti i giorni arrivano 13-14 pullman carichi di persone bisognose di assistenza che hanno affrontato viaggi anche di 800-1000 chilometri. A prendersi cura di tutti costoro vi sono 280 persone, cristiane (in maggioranza) e musulmane.

    Le preghiera del Padre nostro recitata da tutti

    «Con il personale di fede islamica i rapporti sono sereni», racconta il responsabile dell’ospedale, padre Alessandro Nava, 66 anni (di cui 39 trascorsi in Tanzania), missionario della Consolata. «C’è grande collaborazione fra noi: siamo accomunati dal desiderio di assicurare a tutti le cure migliori. Medici, infermieri e pazienti di fede islamica non di rado recitano con cattolici e luterani la preghiera del Padre nostro e poco tempo fa hanno anche partecipato al rito dell’imposizione delle ceneri. Il personale musulmano è capitanato da Yusuph Ramadhan, un medico di cui ho molta stima, un uomo affidabile, sempre disponibile ad accorrere quando vi sono delle emergenze».

    Il medico musulmano

    Facendo eco alle parole di padre Alessandro, il dottor Yusuph, sposato e padre di un figlio, osserva: «Le relazioni con i cristiani, in ospedale, sono ottime: lavoriamo insieme e ci aiutiamo a vicenda. Sono molto contento di prestare servizio qui sia perché posso prendermi cura di moltissimi pazienti sia perché ho l’opportunità di imparare e migliorare». Al Consolata hospital, infatti, giungono ogni mese specialisti italiani che affiancano i medici locali nella quotidiana opera di assistenza e li istruiscono. «Penso che questo ospedale stia assicurando un grande sostegno alla popolazione della Tanzania» prosegue il dottore: «Garantiamo cure di alto livello a costi molto più bassi di quelli praticati da altri ospedali; alcune categorie di pazienti sono assistiti gratuitamente: ad esempio le persone sieropositive o con Aids conclamato e i bambini di età inferiore a dieci anni».

    Pensando al futuro Yusuph e padre Alessandro esprimono il loro comune sogno: «Riuscire ad aprire una unità di cardiochirurgia, indispensabile perché ne esiste solo una in Tanzania».

    L’Aids e la clinica mobile 

    Purtroppo in questo paese l’Aids (con le patologie correlate) miete numerose vittime, racconta padre Alessandro: «A Ikonda e nei villaggi vicini è la prima causa di morte: centinaia di uomini vanno a lavorare nelle grandi piantagioni della pianura e contraggono l’infezione: al ritorno contagiano le donne. Complessivamente assistiamo oltre 5.000 adulti e bambini colpiti dalla malattia. Abbiamo anche allestito una clinica mobile ad hoc: ogni mese infermiere cristiane e musulmane girano per i villaggi visitando i pazienti e consegnando loro gli antiretrovirali. Cerchiamo in ogni modo di migliorare la qualità di vita di queste persone e – poiché gli adulti sono nella maggior parte dei casi prostrati al punto da non poter più lavorare e mantenere le famiglie – consegniamo anche pacchi viveri con l’essenziale per il sostentamento. Anche le famiglie più bisognose usufruiscono di questo programma di aiuti alimentari gratuiti».

    La malnutrizione e l’assistenza alle mamme

    In questa zona montuosa dove la povertà è diffusa, sono ancora molti i bambini colpiti dalla malnutrizione. «Per aiutarli – racconta padre Alessandro – abbiamo messo a punto anche un piano di assistenza nei villaggi svolto dalle infermiere della clinica mobile: i piccoli vengono regolarmente pesati e visitati e le mamme ricevono il latte Formula 75 e Formula 100 (prodotto da noi) e una speciale farina molto nutriente composta da diversi ingredienti».

    Questo ospedale, nato per prendersi cura della vita nascente, riserva particolare attenzione alle donne cristiane e musulmane in gravidanza: l’assistenza è gratuita ed è stata costruita anche una residenza per ospitare le mamme in attesa del parto che provengono da villaggi lontani. Alla nascita dei bimbi, le puerpere hanno anche la possibilità di apprendere nozioni base per nutrire correttamente i loro piccoli. Diverse famiglie del personale dell’ospedale, inoltre, si prendono cura di molti bambini rimasti orfani a causa del’Aids.

    La convivenza nel resto del paese

    In passato la Tanzania è stata vittima del terrorismo, ricorda padre Alessandro: nel 1998 vi fu un gravissimo attentato all’ambasciata statunitense di Dar es Salaam, rivendicato da Osama Bin Laden; alcuni anni fa inoltre si sono verificati alcuni episodi di intolleranza. «I rapporti tra cristiani e musulmani sono però generalmente sereni, caratterizzati da collaborazione e rispetto reciproco, la situazione è tranquilla. A livello politico è diventata prassi consolidata l’alternanza di un presidente della repubblica di fede cristiana a uno di fede islamica. La libertà religiosa è garantita e le conversioni non sono ostacolate».

    La Ujamaa, lo spirito di fraternità

    Anche a Ikonda la convivenza tra cristiani e musulmani è buona, osservano all’unisono padre Alessandro e Yusuph, che aggiunge: «Ho rapporti veramente cordiali con tutti i cristiani, molti dei quali sono diventati cari amici. Viviamo insieme come fratelli e sorelle, sostenendoci a vicenda. In Tanzania le relazioni fra fedeli di diversa religione sono basate sul principio guida della nostra nazione: lo spirito di fraternità, la “Ujamaa” (termine swahili traducibile con “famiglia estesa”) di cui si fece interprete il primo presidente della repubblica, Julius Nyerere. Penso che in tutto il mondo i leader religiosi debbano insegnare ai fedeli come vivere insieme in pace».

    Conclude padre Alessandro: «Le persone autenticamente religiose (di religioni diverse) che vivono e lavorano insieme in armonia contribuiscono a edificare un mondo più giusto e testimoniano al mondo che la convivenza pacifica è possibile».

    (Vatican Insider)

     

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