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Mer 11 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    Umanesimo o antiumanesimo. Davanti ai migranti

    Negli ultimi anni si è diffusa una paura collettiva nei confronti del “forestiero” e del “povero”, in una parola del “migrante”, che sebbene, in prima battuta, rappresenti una reazione psicologica facilmente comprensibile e forse persino giustificabile, non può essere in alcun modo incentivata. Questa paura diffusa, infatti, se non viene in qualche modo incanalata e “spiegata” nei tradizionali luoghi di mediazione sociale (famiglia, scuola, associazionismo, agenzie politiche, strutture ecclesiastiche), può essere alla base di alcuni fenomeni controversi — come l’emergere di quei populismi in cui si può ravvisare una strisciante xenofobia, o come la sempre più rumorosa volontà di costruire dei muri di separazione tra una nazione e l’altra — che io non oserei a definire di “antiumanesimo militante”.

    Questi fenomeni, infatti, nonostante acquisiscano qualche consenso anche nell’opinione pubblica cattolica, rappresentano, inequivocabilmente, l’esatta negazione del tradizionale insegnamento della Chiesa sulla dignità della persona umana e la più completa antitesi di quell’umanesimo cristiano che rappresenta non solo una delle grandi eredità del concilio Vaticano II, ma anche la bussola d’orientamento valoriale su cui la Chiesa italiana e i pontefici hanno molto insistito negli ultimi decenni. Basti pensare, per fare un esempio, agli interventi di Francesco sull’umanesimo e l’Europa, oppure all’ultimo convegno ecclesiale di Firenze del 2015, dal titolo In Gesù Cristo il nuovo umanesimo, con cui la Chiesa italiana ha tracciato la strada pastorale per i prossimi anni.

    I principi dell’umanesimo cristiano, che non rappresenta in alcun modo una deriva antropocentrica e mondana come spiegò Paolo VI nel memorabile discorso di chiusura del concilio, si fondano, infatti, sull’incalpestabile dignità umana di ogni uomo e donna, in ogni momento della vita e, soprattutto, in ogni circostanza dell’esistenza. A partire da quelle vite caratterizzate dalle condizioni più disagiate e svantaggiate: come quelle dei poveri, dei migranti e dei rifugiati. La Chiesa cattolica si è da sempre occupata di questo fenomeno. È sufficiente richiamare il ruolo che ha svolto la Congregazione per la propagazione della fede nella seconda metà dell’Ottocento, oppure l’opera di alcuni grandi vescovi italiani come Giovanni Maria Scalabrini e Geremia Bonomelli e, infine, alle felici intuizioni di Papa Pio X, tra le quali ricordo l’istituzione, nel 1914, di quella che oggi viene chiamata «Giornata mondiale delle migrazioni».

    Tuttavia è soprattutto in periodi più vicini a noi, in particolar modo dopo il concilio Vaticano II, che questa opera di attenzione pastorale per i migranti ha avuto un nuovo e decisivo sviluppo. È del 19 marzo 1970, infatti, il motuproprio Apostolicae caritatis con il quale Paolo VI decide di occuparsi della “gente in movimento” — così veniva definito il fenomeno migratorio in quei tempi — con il quale istituisce quella commissione che a partire dal 1988 è stata chiamata Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. Un pontificio consiglio che, come è noto, ha avuto, proprio negli ultimi mesi, un grande cambiamento. Il 16 agosto di quest’anno, infatti, a quasi cinquant’anni dalla decisione di Paolo VI, Papa Francesco ha pubblicato un motuproprio, Humanam progressionem, con il quale ha aggiornato, non tanto il governo della curia come quasi tutti i giornali hanno scritto, ma la pastorale verso i migranti, gli itineranti e tutta la mobilità umana. Un aggiornamento di grandissima importanza per almeno due motivi. Innanzitutto perché nel nome che designa la nuova struttura ecclesiale operativa dal 1° gennaio 2017, ovvero il Dicastero per lo sviluppo della persona umana integrale, è rintracciabile la grande eredità di quell’umanesimo cristiano espresso dal concilio a cui facevamo cenno, che per l’appunto trova nell’uomo così come egli è, e non come vorremmo che fosse, l’incarnazione autentica di quel cristianesimo integrale — maritainiano, montiniano e wojtyliano — che oggi, attraverso una nuova lettura adeguata ai tempi, continua a essere estremamente attuale. In secondo luogo perché sebbene ad tempus, cioè temporaneamente, Papa Francesco si occuperà, in prima persona, dei profughi e dei rifugiati. Come è facilmente intuibile, questo è un fatto rilevantissimo che rimarca con forza, se ancora ce ne fosse bisogno, la cruciale rilevanza pastorale e l’assoluta centralità del fenomeno migratorio nel mondo contemporaneo. Una centralità che il Papa ha rimarcato sin dall’inizio del suo insediamento, con l’eccezionale viaggio a Lampedusa nel 2013. Un viaggio che è stato giustamente definito da tutti i commentatori come un itinerario storico. Davanti allo scandalo della povertà — che i migranti e i rifugiati mostrano al mondo nella forma più brutale e scioccante — ogni persona si trova davanti a un bivio in cui deve scegliere quale strada prendere: o imbocca la strada dell’humanitas e del cristianesimo così come ci ha insegnato la dichiarazione Nostra aetate (quando ribadisce che esiste una «sola comunità») o Paolo VI quando afferma con forza che per la Chiesa «nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano»; oppure si prende un’altra strada, quella dell’antiumanesimo, che divide tra esseri umani di serie a e di serie b, tra chi detiene dei diritti e chi ne è escluso, tra chi è un uomo e chi è uno schiavo, tra chi è una persona e chi è una cosa.

    (Gualtiero Bassetti/L’Osservatore Romano)

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