di Markus Krienke*
Dopo un anno due sono i principali fattori per cui la guerra in Europa è ancora in atto: mentre da un lato la resistenza degli Ucraini finora non poteva essere piegata da un esercito russo che a quanto pare è costretto di trarre la forza militare più dal numero dei soldati che non da armi tecnologicamente avanzati, dall’altro lato le sanzioni occidentali non incidono abbastanza sull’economia e sulle finanze russe per cui non si riesce a “costringere” Putin di aprire a negoziati. Mentre persino la Banca centrale russa si aspettava una recessione a due cifre, la diminuzione del PIL nel 2022 infatti non ha superato il 2.1%. Al netto del pericolo di nuove offensive introno alla prima ricorrenza annuale dell’inizio del conflitto, ci si prepara a una guerra di logoramento, sperando di poter evitare una escalation – che nel peggiore degli scenari potrebbe portare all’utilizzo di armi nucleari. La probabilità che ciò accada certamente non diminuisce con l’evolversi della dinamica di una guerra. Con veemenza, infatti, il segretario generale dell’ONU Guterres ha reclamato pertanto nel suo discorso in occasione della «triste pietra miliare» dell’anniversario un «passo indietro dal baratro» sottolineando allo stesso momento che per le Nazioni Unite «la sovranità, l’indipendenza, l’unità e l’integrità territoriale dell'Ucraina» non sono negoziabili.
Finora la guerra è costata la vita a più di centomila soldati e 7.500 civili, e di fronte ai tanti crimini di guerra commessi e le devastazioni di cui ormai quotidianamente diventiamo testimoni, è comprensivo che sempre più persone sono scettiche nei confronti di fornire più armi all’Ucraina. Le Chiese, molti intellettuali e gruppi di attivisti richiedono dalle parti in guerra di mettersi intorno a un tavolo. La loro preoccupazione giustamente consiste nelle conseguenze imprevedibili di ulteriori fornimenti di armi all’Ucraina. C’è da chiedersi, però, se davvero possiamo prevedere che Putin si metta a contrattare soltanto perché l’Occidente smette di fornire le armi all’Ucraina. Inoltre, il problema non è soltanto la mancanza di disponibilità a contrattare in questo momento, ma anche il fatto che sia Putin che Zelensky vogliono prima guadagnare militarmente una posizione forte per tali negoziati.
In prospettiva cristiana, l’Occidente si trova di fronte al dilemma di una colpa inevitabile, perché mentre da un lato continuare a fornire armi a Zelensky prolunga la guerra, interrompere il rifornimento sacrifica il popolo ucraino sull’altare dell’“anima bella” di quelli che decidono al posto dell’Ucraina che è meglio subire una “pace ingiusta” che perdere ulteriori vite umane nell’autodifesa. A loro piace ricordare che per Erasmo da Rotterdam «la pace più ingiusta è meno dannosa della più giusta guerra». Una pace ad ogni costo, però, non è una vera pace. Mesi fa, quando la speranza in una fine prossima della guerra era ancora più viva, si ragionava – proprio su questo sito – sul concetto di “pace giusta” per indicare – in linea con Papa Francesco – che la “guerra giusta” non è mai una soluzione. Oggi, quando si pone sempre più urgentemente la domanda del coinvolgimento effettivo dell’Occidente nel conflitto perché senza ulteriori armi l’Ucraina è condannata a capitolare, ci rendiamo però conto che anche una pace può essere ingiusta, al punto tale da confutare persino Erasmo. «Ci è necessario evitare la guerra a tutta forza, e non a qualunque prezzo», disse il filosofo cristiano Emmanuel Mounier.
Di fronte a questa realtà dobbiamo chiederci perché vogliamo la pace il prima possibile: per poter tornare alle nostre vecchie abitudini di vita (che comunque è già in corso grazie al “rilassamento” dei prezzi sui mercati energetici), perché ci siamo stancati, oppure perché davvero siamo convinti che per realizzare la pace giusta, l’Ucraina “non deve perdere la guerra” come è ormai la dizione diplomatica comune e ribadita da Habermas. Proprio per superare la divisione nella nostra società tra i “pro” e i “contro” del fornimento delle armi, egli ha sottolineato in questi giorni l’urgenza di definire finalmente che cosa debba significare questa frase. Per qualcuno, l’intellettuale tedesco ha presentato niente più che un mero gioco astratto di parole, ma in fondo non fa altro che riformulare filosoficamente l’impegno della diplomazia di Papa Francesco circa una “pace giusta”.
In questo momento, e a un anno dall’inizio della guerra, bisogna che continuino e si intensifichino i contatti tra le parti coinvolte a vario titolo nel conflitto per avvicinarle a un possibile compromesso, che si confermi l’aiuto all’Ucraina di difendersi ma all’interno di limiti ben definiti, che si prema anche sulla stessa Ucraina per arrivare a un compromesso e infine che si trovi una pace che rispetti la sovranità degli Stati coinvolti e la dignità dei loro popoli, mettendo così le basi a una pace duratura, come nella Pace di Westfalia che esattamente 375 anni fa è riuscita non solo a porre fine ad una guerra europea atroce ma è riuscita a dare un ordine duraturo agli Stati europei.
*docente di etica alla Facoltà di Teologia di Lugano