Dopo il successo della prima rappresentazione ticinese di “Pierre e Mohamed” - teatro che mette in scena l’amicizia tra mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano in Algeria, e il giovane musulmano Mohamed Bouchikhi, suo autista, morti entrambi in un attentato nel 1996 - rappresentata un anno fa a Sant’Antonino, continua con una seconda proposta, il desiderio di dialogo tra musulmani e cristiani in Ticino. L'incontro di sabato 7 maggio, 20.30, al Centro Spazio Aperto di Bellinzona, è promosso dalle Associazioni islamiche in Ticino, dai Frati Cappuccini della Svizzera italiana e dal giornale digitale ilfederalista.ch.
Abbiamo incontrato Fabio Leidi di Lugano, tra gli organizzatori della serata, assieme a Luan Afmataj, imam del centro islamico di Bellinzona e Claudio Mésoniat.
Sig. Leidi, la serata con Farouq non è il primo incontro, è un'iniziativa che ha già una sua storia iniziata alcuni anni fa… Cosa le ha lasciato quella prima esperienza?
In occasione della prima ticinese di “Pierre e Mohamed” ha impressionato l’intenso scambio che ha seguito la rappresentazione. Colpiva la voglia di parlarsi tra musulmani e cristiani, non solo per dissipare pregiudizi, ma per il desiderio di capirsi e di riconoscersi in quel che ci accomuna, senza per questo nascondere ciò che ci distingue. In ogni caso, viste in quest’ottica, anche le diversità diventano motivo di interesse e di ricerca di comprensione dell’altro.
Come nasce questa seconda iniziativa alla quale avete invitato Wael Farouq, docente di letteratura e cultura araba all’Università Cattolica di Milano?
Questa nuova iniziativa nasce sempre dall’amicizia con Luan Afmataj e con Claudio Mésoniat. L’intento è certo quello di dare continuità all’incontro allora avvenuto e al confronto avviato, per promuovere una conoscenza reciproca che vinca estraneità e diffidenze. Crediamo che Wael Farouq ci testimonierà che l’incontro tra cristiani e musulmani può essere arricchente per entrambi. Le sue frequentazioni e le amicizie vissute, da musulmano, con persone di differente appartenenza religiosa ci dicono che l’attaccamento alla propria fede può, e deve, diventare desiderio appassionato che l’altro sia raggiunto da Dio nel modo che Dio ha disposto per lui. E solo l’altro può riconoscere questo modo e testimoniarmelo. È così che si può venire a creare una singolare unità, che non consiste nell’unità di un contenuto di fede professato, ma nella tensione all’ascolto dell’Altro.
Attraverso l'amicizia con Luan cosa ha imparato sull'islam, cosa l'ha colpita di questa religione?
Più che apprendere nuove nozioni sull’Islam, nell’incontro con Luan abbiamo imparato a stimare qualcuno che fa spazio a Dio nella sua vita. Già il suo percorso lo indica: cresciuto nell’ateismo della natia Albania, una volta caduto il regime si accosta alla moschea per un bisogno innanzitutto culturale, desideroso di ascoltare parole diverse da quelle imposte dall’ideologia di Stato. Qui si lascia interpellare dalla ritrovata tradizione religiosa della sua gente (il ricordo della nonna che, senza proclamarlo, aveva sempre rispettato il mese del digiuno, lo accompagna sempre) e se ne lascia attrarre al punto da intraprendere gli studi che lo porteranno a diventare imam. Ma è soprattutto avvicinandolo ora che, nel rapporto con lui, si può avvertire la consistenza che nasce dall’ascolto religioso, che conferisce una libertà e una solidità non rigida. Quanto ad “insegnamenti” nel senso più nozionistico del termine, il dialogo con lui, tra l’altro, mi ha spinto a rileggere i passi biblici su Ismaele, piuttosto negletti dalla tradizione cristiana, e a prender conoscenza delle promesse fatte da Dio alla sua discendenza, e a scoprire quel che la Bibbia prospetta sulla fratellanza tra Ismaele e Isacco. Su questo tema potremo risentirci, forse già quest’autunno, con un nuovo appuntamento.