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Le statuette e la paura indotta del diverso

È un oggetto di artigianato comune, prodotto in Amazzonia da artisti

locali, condiviso e utilizzato come simbolo della vita e della fecondità: una

statua di legno che raffigura una donna indigena gravida. Si trovava nella

Chiesa Transpontina, in Roma, assieme a vari altri elementi amazzonici come una

canoa, frutti della foresta, reti da pesca, immagini e foto di altri popoli

tradizionali, nello spazio di preghiera permanente che accompagnava passo a

passo il Sinodo dell’Amazzonia, offrendo un’occasione di incontro tra i popoli

indigeni, e tra di essi e la gente in Roma.

All’improvviso, è scoppiata  una polemica, che gridava al paganesimo e alla

venerazione di immagini idolatriche. Un video di un’azione “punitiva” e

“riparatrice”, del furto della statua dalla chiesa e del suo lancio nel Tevere,

ha fatto il giro del mondo, commentato in diverse lingue.

I critici del Sinodo dell’Amazzonia sanno bene che il problema non sta in quest’immagine.

Ma la strategia efficace della comunicazione oggi, quando si vuole

smontare, confondere o indebolire processi, è puntare su elementi simbolici che

facciano appello ai sentimenti primari della gente: la paura, l’autodifesa, il

vincolo viscerale con le proprie certezze…

È una tecnica molto usata anche in processi politici recenti, come in

Brasile (il caso del “kit gay” – fake news 

con cui in campagna elettorale l’attuale presidente ha diffamato il suo

avversario) o nel Brexit (la minaccia dei turchi, secondo la denuncia di Carole

Cadwalladr sui tanti commenti manipolati che circolavano su Facebook all’epoca

del referendum britannico).

La statuina indigena non è un fatto isolato, magari un po’ folkloristico: è

una nuova tappa di un piano ben architettato, collegato ad altre strategie di

critica al Sinodo e a Papa Francesco, un progetto con investimenti consistenti

di denaro, conoscenze e uso manipolato dei social media.

Papa Francesco lo ha compreso. Durante i lavori delle tre settimane di

assemblea sinodale ha parlato, brevemente, solo tre volte. Una di esse è stata

per chiedere perdono, come vescovo di Roma, alle persone che sono state offese

da questo gesto. Non lo ha lasciato passare in silenzio, non ha aggredito i

detrattori del Sinodo, ma ha fatto capire che è in atto un attacco e un’offesa

al diritto e alla dignità di molte persone e culture.

Inoltre, ha sottolineato che non c’è nulla di idolatrico nell’arricchire la preghiera con simboli e gesti che provengono dalle culture indigene.

Questa vicenda ci permette di approfondire e tentare di smascherare un

metodo di comunicazione che continuerà ad aggredire, spesso in modo

superficiale e quasi sempre fondamentalista, molti altri processi di

conversione e cambiamento nella Chiesa, e varie proposte politiche costruttive.

Ci fa riflettere anche sul rapporto tra il Vangelo, la religione e le

culture. Il Vangelo è nato nel cuore di una cultura specifica, della Palestina.

Si è adattato ed ha acquisito forme e espressioni della cultura greca, prima, e

romana, poi. Attorno a questo Vangelo si è consolidata una forma religiosa con

le caratteristiche culturali latine ed occidentali.

Ha acquisito e integrato elementi, simboli, gesti e tradizioni di altre

culture, considerate “pagane”, come l’uso dei templi dedicati ai santi e

decorati con i rami degli alberi, l’incenso, le lampade e le candele, le

offerte ex voto per la guarigione di una malattia, l’acqua benedetta, le feste

e le stagioni liturgiche, l’uso dei calendari, le processioni, la benedizione

dei campi, i paramenti sacerdotali, la tonsura, l’anello usato nel matrimonio, il

dirigersi ad est, le immagini, il canto ecclesiastico ed il Kyrie Eleison. Il

cardinal Newman, recentemente canonizzato, spiega che tutti questi elementi

sono di origine “pagana” e sono stati positivamente integrati nella nostra

religione.

Ora, però, in un mondo che sempre più ci apre alla pluralità degli incontri

interculturali, difendiamo una religione “pura” che non si lascia “contaminare”

da elementi di altre culture, li demonizza ed esorcizza.

Dietro questa difesa, in un tempo di precarietà e di incertezza sul futuro,

si nasconde la paura di perdere altre sicurezze. Ci arrocchiamo nelle nostre

convinzioni, senza renderci conto del serio pericolo dell’asfissia spirituale e

del razzismo delle nostre posizioni.

Uomini, “bianchi” ed europei, dichiarandosi fedeli alla legge della

religione cattolica, hanno invaso una chiesa e uno spazio di preghiera in cui

si stavano intrecciando diverse culture in rispettoso ascolto di Dio e del

Sinodo, ed hanno strappato un’immagine femminile, simbolo della vita, con

lineamenti indigeni, con l’intenzione di “purificare” la fede.

Ma dietro questa paura e questa violenza, come dicevamo all’inizio, ci sono

progetti più consistenti, che ne fanno uso e la manipolano, in diverse

occasioni e in varie parti del mondo, per attaccare processi, percorsi

religiosi e politici che tentano promuovere l’integrazione delle differenze, la

riduzione dell’esclusione, la giustizia e l’impegno contro ogni disparità di

diritti e contro l’accumulazione di denaro e di potere.

Dopo le statuette, altri dettagli simbolici verranno ingigantiti ed

utilizzati a servizio di questo piano. Una risposta a questa reazione

epidermica, aggressiva, viscerale, autoreferenziale e piena di rabbia può

essere data con i fatti, la testimonianza concreta, l’esperienza di vita, il

dialogo a tu per tu, l’incontro, la riflessione ed il dibattito rispettoso, in

cui però si ponga attenzione ai prediletti di Dio e si dia autorità di parola e

di proposte alle vittime di questo sistema, che esclude il diverso, il più

fragile, il meno utile.

p. Dário Bossi, superiore provinciale  dei Missionari comboniani in  Brasile, membro del Repam (Rete Ecclesiale  Panamazzonica) e della rete  Iglesias y Minería, in Amazzonia da  15 anni. 

Leggi anche: Una Chiesa che sceglie nuovi cammini e ascolta la poesia dei popoli e La voce dal Sinodo del missionario italiano padre Dario Bossi.

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